VENERDÌ 06 DICEMBRE 2019, 00:02, IN TERRIS

Pietro non fa politica

GIACOMO GALEAZZI
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Concilio Vaticano II
Concilio Vaticano II
L

a tentazione è vecchia di due millenni: cercare di tirare la bianca veste verso una parte, un particolare, un determinato interesse o visione del mondo. Non sono mai stati immuni da questa inveterata tentazione né partiti politici né case regnanti. Ma per chi siede sul Soglio di Pietro la politica è questione di esclusiva competenza dei laici. Jorge Mario Bergoglio si muove in quest’orizzonte, non è un caso che il documento da lui più citato, fin dai tempi del suo ministero episcopale, è la Evangeli Nuntiandi di Paolo VI, il testo che più ha calato gli insegnamenti del Concilio nella realtà della Chiesa. Un documento ripreso anche nel suo discorso alle Congregazioni Generali prima del Conclave che lo avrebbe eletto. In Francesco è presente in modo speciale l’importanza del ruolo dei laici sottolineata dal Vaticano II. Più volte ha fatto riferimento al Giappone che rimase per secoli senza sacerdoti e dove i laici continuarono a mantenere viva la fede nella comunità cristiana. Si potrebbe dire che Francesco è un anticlericale, in senso positivo: ritiene che i laici abbiano un compito insostituibile nella società. Tutto questo però non va ridotto solo alla sua origine latinoamericana, se si pensa che Buenos Aires (dove ha potuto maturare questi tratti pastorali distintivi) è una metropoli molto secolarizzata con sfide del tutto simili a quelle di tante città occidentali ed europee. Il Concilio può essere considerato come programma del pontificato di Francesco, così come lo è stato dei pontificati di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI.

L’azione di Jorge Mario Bergoglio si basa, dunque, sulla continuità ma ha tutta la ricchezza di uno stile diverso. Gli ultimi pontefici sono stati tutti profondamente conciliari, a partire da Paolo VI. Viene spontaneo, perciò, fare riferimento in particolare allo slancio apostolico di Giovanni Paolo II e a Benedetto XVI con il suo discorso sull’ermeneutica del Concilio. Giovanni Paolo II completò tutti i testi liturgici, canonici e pastorali indicati dal Concilio, portando a termine l’opera di Paolo VI che lui chiamava “mio padre”. Benedetto XVI, poi, è stato uno dei più grandi esperti del Concilio, fu un aiuto essenziale per Giovanni Paolo II nell’opera di completamento dei documenti, come il Catechismo, realizzando a sua volta il Compendio del  Catechismo, che promulgò da Pontefice. E il suo ultimo discorso memorabile, a braccio, con i seminaristi di Roma, sull’ermeneutica del Concilio e il suo rapporto con i media, rimane una pietra miliare. Nella predicazione di Francesco la lezione del Vaticano II è più evidente secondo Fazio nel concetto di Chiesa come popolo di Dio. Un concetto centrale del Concilio. Francesco spesso si riferisce alla Chiesa come il “santo pueblo fiel de Dios” e influisce in questo anche la teologia del popolo che sorge anche dal Concilio e vede Jorge Mario Bergoglio nella stessa linea del pensatore uruguaiano Aberto Methol Ferré e del teologo italo-argentino Lucio Gera. Le radici conciliari del pontificato di Francesco il suo confratello della Compagnia di Gesù le ritrova nella povertà che è al centro del Vangelo e in un filone di testimonianza mai interrotto nella storia della Chiesa: ogni movimento religioso, come quello benedettino, francescano, gesuita ha sempre posto la povertà come fondamento della propria spiritualità. Purtroppo la pratica non ha sempre mantenuto lo spirito iniziale. E la misericordia è l’attuazione della Scrittura che viene ora riscoperta come fosse una novità. Francesco, pur non essendo un accademico come Ratzinger, ha profonda cultura e grande esperienza umana. Anche sui problemi della pace (la diplomazia non sembrava nelle corde del vescovo Bergoglio) ha mostrato forte incisività: sulla crisi siriana, nella fine del blocco tra Cuba e Stati Uniti, e infine con parole chiare sulla guerra in Ucraina, definita fratricida (parole che hanno suscitato perplessità tra gli spiriti nazionalisti). È divenuto, senza volerlo, un leader spirituale mondiale, che i politici sono interessati a incontrare. Bergoglio, secondo la definizione dello storico Andrea Riccardi, è un esperto di umanità: per tutta la vita ha incontrato la gente e i suoi problemi. È stato vescovo di una megalopoli del Sud, Buenos Aires. Sa quale grande sfida sia oggi introdurre la Chiesa nel mondo globale, che trasforma i legami familiari e comunitari, mescola genti diverse, crea scenari umani inediti.

È l’orizzonte della missione in un mondo che cambia. Per questo la Chiesa deve farsi missionaria, come popolo di Dio. Francesco accetta la sfida con serenità. La Chiesa deve abbandonare lo spirito rinunciatario da minoranza di puri e duri, mescolarsi con il popolo delle città senza erigere frontiere, vivere con tutti incontrando ognuno. È un programma vasto e ambizioso: quello del Vaticano II. Bergoglio è stato ordinato prete nel 1969. Non è solo il primo papa latinoamericano, ma anche il primo papa figlio del Vaticano II finito nel 1965.Vangelo e Concilio sono il suo programma: il Vangelo della misericordia, vissuto e comunicato. Quanto alla politica, è “materia per i laici”.

Commenti

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Vittorio e
07 Dicembre 2019 @ 10:40
bell'articolo, permeato di dotto spirito evangelico. Qualunque sia la condotta di un Papa, se voglio restare nella Chiesa cattolica, penso di doverla accettare. Anche se penso che la conclusione, l'ultima frase dell'articolo, è contraddetta dai fatti quotidiani
Lorenzo
06 Dicembre 2019 @ 10:29
Complimenti! Bellissimo articolo. Non scontato, scritto benissimo. Profondo.
Edoardo marinzi
06 Dicembre 2019 @ 10:04
E' difficile per un credente come cerco di essere non essere infastidito della predominanza nella predicazione di Papa Francesco dei temi politici e del suo schierarsi di fatto da una parte dello scenario, a sinistra, per quanto abbia ancora senso questa espressione. In Italia la sinistra non è mai stata dalla parte dei poveri veri.

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