Il piano dell’Ue per accelerare la transizione energetica

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Il 18 di questo mese, l’Unione Europea ha pubblicato il piano per accelerare la transizione energetica e al contempo eliminare la dipendenza dalla Russia per le importazioni di risorse energetiche fossili (carbone, petrolio e gas), che costano 100 mld di euro annui alla UE. Ecco cosa contiene questo piano. Sul breve termine, la UE si impegna con gli stati membri a diversificare le fonti di energia fossili, ottimizzando i gasdotti esistenti e aumentando i rigassificatori per poter importare più gas liquefatto e più idrogeno da vari paesi, anche con acquisti congiunti. Sarà infatti potenziata la piattaforma energetica europea, includendovi paesi come l’Ucraina, la Moldavia, la Georgia e i paesi balcanici non ancora membri della UE.

In questo modo, la UE conta di tagliare di due terzi la dipendenza dal gas russo e di eliminare la dipendenza dal petrolio (il carbone è già stato eliminato) entro la fine di quest’anno. Inoltre, l’ulteriore efficientizzazione energetica degli edifici e di varie produzioni manifatturiere e cambiamenti tecnologici mirati porteranno un loro contributo aggiuntivo (stimato al 5%) alla diminuzione del fabbisogno energetico, di cui già si prevedeva un restringimento del 9% entro il 2027.

Sul medio periodo la UE si impegna ad accelerare le procedure per l’installazione di impianti fotovoltaici, eolici, a biomasse e soprattutto ad idrogeno generato da fonti rinnovabili. L’idrogeno si sta rivelando una fonte alternativa altamente desiderabile, anche perché può essere trasportato nei gasdotti esistenti con poche modifiche, ma lo scoglio è la sua produzione da fonti rinnovabili, che si scontra con la necessità di aumentare di molto la produzione europea di batterie (in questo caso, importate in larga misura dall’Asia, Cina in primis) e la disponibilità di materie prime rare (anch’esse oggi prevalentemente provenienti dall’Asia). Tutte le nuove costruzioni pubbliche e commerciali a partire dal 2026 saranno obbligate ad installare impianti fotovoltaici sui tetti, dal 2029 anche gli edifici residenziali.

Questa accelerazione nella produzione di fonti rinnovabili permetterà di raggiungere gli obiettivi già fissati nel piano di transizione energetica incluso nel Green Deal in tempi più brevi, ma richiederà almeno 210 mld euro aggiuntivi di investimenti da qui al 2027 da parte della UE, che innescheranno un importante moltiplicatore di investimenti privati.

Per quanto riguarda le fonti di finanziamento di questa accelerazione, esse sono sovrabbondanti. Infatti, 225 mld euro si ricavano dalla quota prestiti non utilizzata a valere sul Next Generation EU, e circa altri 60-70 mld euro possono essere resi disponibili da altri schemi di spesa della UE, raggiungendo 300 mld di investimenti aggiuntivi a quelli già previsti per la transizione energetica entro il 2027. Erano molti anni che non si vedeva la UE impegnata a risolvere problemi di vasta portata come quelli qui richiamati, che non sono nemmeno i soli a cui la UE si sta applicando.

Ricordiamo il Piano per l’economia sociale, lanciato nel dicembre 2021 e passato sotto silenzio perché sopraffatto nella comunicazione dalla guerra, ma che non mancherà di produrre i suoi effetti, anche se con maggiore lentezza. E, naturalmente, il piano per la digitalizzazione. Siamo ancora in attesa di un piano per le migrazioni, della riforma del patto di stabilità e di un eventuale piano per la difesa, per non dimenticare il piano per la ricostruzione dell’Ucraina. Negli scorsi anni erano in tanti a lamentare che la UE era diventata solo routine e burocrazia; ebbene, le crisi hanno rilanciato le capacità creative che le democrazie sanno mostrare nel momento del bisogno.

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