Perché il giubileo degli ammalati è inscindibile da quello della sanità

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Foto di Jae Park su Unsplash

Il Giubileo degli ammalati e del mondo della sanità che si celebra in questi giorni presenta implicazioni molto ampie che trascendano i confini naturali delle strutture sanitarie, e che, per l’universalità di queste tematiche, investono tutta la società civile. Il mondo moderno nel quale viviamo, contrariamente a quanto avveniva in tempi non lontani, non ammette né la malattia né la morte, perché entrambe queste condizioni rappresentano la negazione di quell’edonismo senza limiti che ci ha abituato la narrazione odierna della vita. Del resto, la malattia e la morte sono proprio agli antipodi di quella filosofia su cui si basa la moderna società che emargina quanti non rispondono a canoni di bellezza, successo e fama. Questo atteggiamento è stato giustamente criticato dal Santo Padre che l’ha definito “cultura dello scarto”, che viene applicata a persone che non trovano ospitalità nella società, perché improduttive e quindi escluse e marginalizzate. A ben vedere il termine “scarto” può avere un’accezione non sempre negativa, dal momento che evoca quanto scritto nel Vangelo “……la pietra scartata dai costruttori è diventata testata d’angolo……” L’auspicio, quindi, è che dalla “cultura dello scarto” si passi alla “cultura della solidarietà” per quanti vivono la malattia senza alcun conforto, specie se soli, anziani, abbandonati da tutti.

Chi come me ha trascorso quasi 50 anni della sua vita tra gli ammalati ha ben in mente, perché l’ha vissuta quotidianamente, cosa voglia dire l’esperienza della malattia e della morte e quanto solitudine accompagni queste due drammatiche situazioni. È senz’altro vero che la medicina moderna ha raggiunto oggi vertici e risultati che fino a qualche decennio fa erano del tutto inimmaginabili e che malattie che all’inizio della mia vita professionale erano incurabili (un esempio tra tanti, la leucemia, la cui diagnosi equivaleva in passato ad una sentenza di morte), oggi sono curabili e spesso guaribili. Nonostante tutte le acquisizioni ed i grandi progressi della medicina che si sono ottenuti nel corso del “secolo breve”, il Novecento, resta ancora per gli uomini del nuovo millennio la certezza che prima o poi arriva per tutti l’esperienza della malattia e della morte. Questa certezza, invece che rendere insensibili alle altrui sofferenze i “sani”, dovrebbe in questi suscitare sentimenti di sincera compassione verso i fratelli meno fortunati che sono in quel momento nel dolore e nella solitudine, consci che la stessa drammatica esperienza potrebbe domani accadere a loro.

Ci sono persone che per professione, ma spesso anche per vocazione, si occupano di alleviare la sofferenza degli ammalati e di quanti sono in difficoltà, sia nel fisico che nello spirito. Il Giubileo degli ammalati è per questo inscindibile da quello degli operatori sanitari: medici, infermieri, e quanti operano a vario titolo nel mondo della sanità. Se non si considerassero insieme idealmente accumunati ammalati e sanitari, il Giubileo sarebbe monco, vivrebbe ad una dimensione e tradirebbe lo spirito stesso della celebrazione. Sarebbe in una parola non aderente a quanto avviene nella vita reale, in cui vi sono persone che si prendono, con amore e rispetto, cura di quella parte di popolazione che è tagliata fuori dal ciclo produttivo, perché ammalata, ma non per questo meno meritevole di attenzione da parte della società civile.

È ancora vivo in molti di noi il ricordo di quanto avvenuto solo 5 anni fa nel corso della prima terribile ondata della pandemia COVID-19 che ha colpito in maniera drammatica il nostro paese. In quell’occasione tantissime sono state le persone che si sono ammalate, e purtroppo tanti sono stati i morti. Nel corso della pandemia COVID-19, quanti a vario titolo erano coinvolti nella cura delle persone ammalate sono stati definiti, con una certa enfasi – a mio giudizio eccessiva – “eroi” e celebrati come tali nei media. Passata la pandemia, con il ritorno alla normalità, la memoria di quei giorni si è affievolita fino a progressivamente scomparire. Gli eroi di ieri sono diventati il bersaglio di violenze fisiche ed insulti nei Pronto Soccorso, nei reparti, negli ambulatori, scontando sulla loro pelle l’inefficienza, l’inadeguatezza ed i ritardi della sanità, di cui non hanno alcuna colpa.

Il Giubileo degli Operatori Sanitari è un modo per ringraziarli del lavoro silenzioso, ma non per questo meno prezioso, che essi svolgono quotidianamente, lontano dai riflettori, avendo come unico fine la salute degli ammalati, e sacrificando per questo loro impegno tempo ed affetti familiari.

C’è un’ultima considerazione che a mio giudizio nobilita e rende di grande attualità il Giubileo degli ammalati. Papa Francesco, come ogni altro uomo, nelle settimane di ricovero presso il Policlinico Gemelli ha provato sulla Sua persona la malattia e la Sua fragilità, diventando per questo testimonianza ed esempio per tutti gli ammalati. Infatti, il Papa ha condiviso in tutto e per tutto la condizione di ammalato, senza nascondere la fragilità del Suo corpo, a cui si è opposta una straordinaria ed incrollabile forza. Ne sono testimonianza le parole con cui si è recentemente rivolto agli ammalati: “…mi unisco a tanti fratelli e sorelle malati: fragili in questo momento come me” e rivolgendosi agli operatori sanitari “Questa attenzione amorevole rischiara le stanze, i corridoi, gli ambulatori, i posti dove si svolgono i servizi più umili!.”  e “…lode al Signore che mai ci abbandona e che nei momenti d dolore ci mette accanto persone che riflettono un raggio del Suo amore…”.

Con queste parole, ma soprattutto con il Suo straordinario esempio, il Santo Padre ha celebrato nelle settimane di ricovero in una maniera che migliore non poteva essere il Giubileo della Speranza per gli ammalati e gli operatori sanitari, vivendo nella Sua persona la fragilità e la malattia e testimoniando in questo modo la Sua vicinanza agli ammalati e la riconoscenza agli operatori sanitari.

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