Patrimoniale e fisco: una riflessione tra solidarietà e sviluppo

Immagine creata con ChatGtp

Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”. È una delle affermazioni più citate del Vangelo e, al tempo stesso, una delle più fraintese. Non è una legittimazione di qualsiasi imposizione fiscale né un lasciapassare per il potere pubblico. È il riconoscimento che ogni comunità organizzata ha bisogno di risorse per perseguire il bene comune. Ma è anche l’affermazione di un limite: Cesare non può pretendere tutto. La Dottrina sociale della Chiesa ha sempre considerato il pagamento delle imposte un dovere civico. Tuttavia lo ha accompagnato a un principio altrettanto importante: la responsabilità di chi governa nell’utilizzare quelle risorse con giustizia, trasparenza ed efficacia. In una società moderna il contribuente non è un suddito da tassare, ma un cittadino cui devono essere garantiti servizi, opportunità e rendicontazione.

È da qui che dovrebbe partire qualsiasi discussione sulla patrimoniale, tornata ancora una volta al centro del dibattito pubblico. Prima di chiedere nuove imposte bisognerebbe spiegare perché quelle esistenti non bastano. L’Italia non è un Paese a bassa tassazione. La pressione fiscale supera il 42 per cento del Pil e grava soprattutto su una parte limitata di contribuenti. Poco più del 13 per cento dei cittadini versa oltre il 60 per cento dell’intero gettito Irpef. È una realtà che meriterebbe maggiore attenzione e maggiore rispetto.

La questione non è difendere privilegi o rendite. La questione è comprendere che la ricchezza non si distribuisce se prima non viene prodotta. Per troppo tempo il dibattito politico ha preferito concentrarsi sulla redistribuzione anziché sulle condizioni che consentono la crescita. I ritardi nell’istruzione, nelle infrastrutture, nell’energia, nella ricerca e nell’innovazione sono il risultato di questa impostazione.

Nel frattempo il cittadino assiste a un fenomeno sempre più difficile da accettare. Paga molto e riceve meno. La sanità arretra, le liste d’attesa si allungano, i servizi si deteriorano. Quando i bilanci pubblici entrano in difficoltà, la risposta più frequente non è la revisione della spesa, ma l’aumento del prelievo. Le regioni innalzano le addizionali Irpef fino ai livelli massimi consentiti, che si sommano alle imposte nazionali e comunali. Eppure raramente si apre un confronto pubblico sulla qualità della spesa o sui risultati ottenuti.

Ancora più grave è la crescita di apparati, strutture, incarichi e centri decisionali che spesso duplicano funzioni già esistenti. Il regionalismo avrebbe dovuto avvicinare le istituzioni ai cittadini. In molti casi ha prodotto sovrapposizioni, conflitti di competenze e costi aggiuntivi senza corrispondenti benefici.

Per questo la patrimoniale rischia di apparire non come una soluzione, ma come una distrazione. Il problema italiano non è l’insufficienza delle entrate. È la difficoltà di trasformarle in sviluppo, servizi efficienti e coesione sociale.

Dare a Cesare ciò che è di Cesare resta un dovere. Ma Cesare deve dimostrare di meritare la fiducia dei cittadini. In una democrazia matura il prelievo fiscale trova la sua legittimazione non nella forza dello Stato, ma nella qualità dei risultati che è capace di garantire alla comunità.

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