Tra i molti ricordi dei miei oltre sei anni come Segretario Personale di Papa Francesco, uno mi accompagna con particolare forza. Non riguarda cerimonie solenni in San Pietro, ma gesti semplici, il Papa che, nella quiete della sua stanza a Casa Santa Marta, si china per allacciarsi le scarpe o prepara personalmente le merende per la Guardia Svizzera. In queste attenzioni quotidiane emerge la vera chiave del suo Pontificato, un’umanità forte, autentica e trasformante.

Stare al suo fianco significava imparare che il Vangelo non è un’idea astratta, ma un incontro con un Dio che si fa vicino e chiede di vivere l’amore prima di annunciarlo. La sua capacità di ascoltare era inesauribile. Anche nelle giornate più impegnative, nonostante la fatica, l’età e la malattia, il suo primo pensiero era sempre rivolto a chi vive nelle “periferie” dell’esistenza. Per lui, la riforma della Chiesa non partiva dai documenti, ma dallo stile, dal passaggio dal “noi” istituzionale al “tu” dell’incontro personale.
Il suo magistero ha saputo leggere i segni dei tempi con lucidità. Con Laudato si’, Francesco ha ricordato che la cura dell’ambiente e quella dei poveri sono inseparabili, proteggere la nostra Casa Comune è un dovere umano e spirituale.

Ma è nel cammino della Fratellanza Umana che ho visto brillare con particolare intensità la sua vocazione di pastore universale. Ho avuto l’onore di accompagnarlo nel viaggio storico negli Emirati Arabi Uniti e di contribuire al Documento sulla Fratellanza Umana. Francesco non teme il dialogo. Era convinto che la pace si costruisca passo dopo passo, un volto alla volta.
Questa visione non è rimasta teorica. Ha preso forma concreta nel sostegno del Santo Padre alla Fondazione Bambino Gesù del Cairo ETS in Italia e alla Fondazione Fratellanza Umana in Egitto. Ho visto la sua gioia per la nascita di opere che sono veri “polmoni di carità”: l’Ospedale Bambino Gesù del Cairo, la prima istituzione fuori dall’Italia con questo nome, dedicata ai più piccoli con eccellenza medica e spirito evangelico; l’Oasi della Pietà, un orfanotrofio che offre ai bambini senza famiglia non solo accoglienza, ma un vero clima di casa; il Progetto Salus, impegnato nella tutela della salute e della dignità della persona; il Ristorante “Fratello”, dove il pasto diventa occasione di riscatto e dignità per chi vive difficoltà. Sono opere che riflettono una carità che non scende “dall’alto”, ma guarda ogni persona negli occhi.

I viaggi apostolici di Francesco non sono mai stati semplici visite pastorali, sono stati pellegrinaggi di speranza. Dalla Repubblica Centrafricana all’Iraq, ha scelto di raggiungere i luoghi più feriti, accarezzando bambini orfani di guerra e dialogando con leader mondiali con la stessa attenzione. Il suo messaggio era sempre lo stesso: “Siamo tutti fratelli”.

Si dice che Papa Francesco non si fermi mai, e posso confermarlo. Lavora instancabilmente, dalle 4:30 del mattino fino a tarda notte, e ciò che colpisce è il suo spirito, anche nei momenti difficili, il suo senso dell’umorismo non viene meno. Ama ripetere che “un santo triste è un triste santo”.
Francesco ci ha ricordato che la Chiesa non è una dogana, ma la casa del Padre, dove c’è posto per tutti. Guardando oggi ai frutti delle opere nate anche grazie al suo impulso, sento un profondo senso di gratitudine. Abbiamo avuto un Papa che non si è limitato a parlare di Dio, ma che ci ha fatto sperimentare la sua vicinanza, con la tenerezza di un padre e la forza di un profeta.

