Le “palestre” dell’impegno e della partecipazione per i giovani

Foto di sheriyates da Pixabay

Da adolescenti ci veniva trasmessa una lezione semplice e limpida: l’amicizia tra i popoli si misura sul terreno della libertà. Le nazioni democratiche erano considerate compagne di strada; quelle oppresse da dittature, popoli da accompagnare nel cammino di liberazione. In quel tempo, partiti e associazioni non erano gusci vuoti, ma autentiche scuole di vita civica, luoghi di formazione delle coscienze, di confronto leale, di vigilanza responsabile.

Ogni dittatura era percepita dalla coscienza civile italiana come una minaccia alla dignità e ai diritti fondamentali. Per questo respingemmo con facilità e decisione ogni ideologia che aprisse la strada al terrorismo o all’autoritarismo. La dittatura, infatti, non giunge mai apertamente: essa si insinua come un inganno, colpendo in un punto per ottenere vantaggi altrove.

La nostra educazione politica avveniva nelle comunità vive dei partiti, dei sindacati, delle associazioni: lì gli intellettuali e i leader formavano coscienze, selezionavano classi dirigenti e trasmettevano valori. Oggi quel tessuto si è logorato e dissolto. La politica sembra aver rinunciato alle proprie responsabilità educative, abbandonandole alla piazza digitale, dove l’impegno comunitario è sostituito da talk show e slogan effimeri. I giovani crescono senza maestri, in un deserto di riferimenti credibili.

E non basta. Ai cattivi maestri interni si sono aggiunti i troll dei nemici stranieri, professionisti della destabilizzazione che scorrono come virus nelle vene dell’informazione. Essi si insinuano non solo nelle reti della propaganda nemica, ma anche in quelle, più insidiose, di chi confonde la libertà con l’anarchia comunicativa, rilanciando senza discernimento i messaggi di chi combatte una guerra ibrida contro di noi.

Qualcuno obietterà che i vecchi metodi non hanno più senso nell’era digitale. È vero. Ma il nostro tempo chiede con forza che le comunità educative tornino a svolgere il loro compito essenziale: far crescere i giovani nella capacità di discernimento, fortificandoli nelle palestre dell’impegno partecipativo e della responsabilità civica. È questa la missione che la Dottrina sociale della Chiesa indica da sempre, richiamando all’educazione integrale della persona, al primato del bene comune, al principio di solidarietà e di sussidiarietà.

Solo così si può rinnovare il Paese: coltivando la pedagogia del bene prezioso della libertà e della democrazia. Un terreno ben lavorato porta frutti abbondanti; un terreno trascurato si riempie di rovi. L’educazione alla libertà non è mai un fatto spontaneo: richiede studio, confronto, responsabilità. Diversamente, saremo consegnati alle false ideologie, violente e intolleranti, diventando inconsapevolmente l’energia che alimenta le dittature.

Non è un caso che proprio i regimi autoritari sappiano appropriarsi con tanta abilità degli strumenti della comunicazione, costruendo piattaforme per diffondere incessantemente menzogne, odio e risentimento. Ecco perché, oggi più che mai, chiunque sia persona di buona volontà è chiamato a un cambiamento di mentalità. Libertà e democrazia non si perdono soltanto quando vengono oppresse dall’esterno, ma soprattutto quando noi stessi le diamo per scontate, affidandole con leggerezza al primo che urla più forte, promettendo un falso “paese dei balocchi” dietro cui si cela, in realtà, il volto dell’inganno.

Come ci ricorda la “Caritas in veritate”, la libertà non è mai autentica senza verità e senza responsabilità. Custodire la democrazia significa educare a un uso retto della libertà, orientata al bene comune e fondata sulla dignità inalienabile di ogni persona, come insegna la “Gaudium et spes”. Solo così potremo garantire un futuro fecondo e giusto alle nuove generazioni.

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