Le origini dello scontro tra Russia e Ucraina

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Le previsioni sono fosche, il futuro incerto. Boris Johnson ha avuto per una volta ragione, nel rifarsi a Churchill: questa è davvero la crisi più grave in Europa dal 1945. La guerra in Jugoslavia, per intenderci, fu lunga, feroce e sanguinosa, ma non mise mai a rischio la tenuta degli equilibri internazionali, anche perché lo sparuto contingente di parà russi inviati a Belgrado in quello che doveva essere il primo ruggito della Mosca postsovietica restarono bloccati sulla pista e dovettero portagli anche da bere. Adesso Putin mette in campo le forze speciali denominandole forze di peacekeeping e l’Occidente guarda e spera, spera e guarda. Tremando al pensiero che Donetsk sia la Danzica del XXI Secolo, perché di questo in fondo si tratta.

Saddam Hussein, nel 1990, invase il Kuwait adducendo motivazioni simili a quelle citate da Mosca nelle ultime ore. La cultura della legalità, però, è superiore a quella del retaggio storico, altrimenti avrebbe avuto ragione anche Gheddafi a rivendicare la Sirte e Mussolini Corfù. Pacta servanda sunt: su questo si basa l’ordinamento giuridico internazionale. Come anche sul principio dell’inviolabilità dei confini e quello dell’autodeterminazione dei popoli.

L’Occidente ha peccato di imperdonabile superficialità negli ultimi decenni, limitandosi a esportare a Mosca non la democrazia, ma il liberismo selvaggio. Adesso ha a che fare con una classe di oligarchi che regnano su un Paese ricco e impoverito che cerca nel nazionalismo panslavo il riscatto delle umiliazioni inutilmente inflitte ad una potenza imperiale. Guai a umiliarli, gli imperi: prima o poi si vendicano.

Quanto all’Ucraina, anch’essa ha compiuto i suoi errori: è e resta una delle nazioni europee con il più alto tasso di corruzione del Continente e la sua democrazia non è certo tra le più avanzate. Non dimentichiamo, però, che lo scontro con la Russia non nasce adesso, e non viene scatenato nemmeno dalla questione della Crimea. Tutto origina dall’accordo di associazione con l’Unione Europea che Kiev aveva firmato una decina d’anni fa. Come dire: la questione di fondo non è la Nato, ma l’Europa. Ricordiamocelo, e ricordiamoci anche che a nicchiare e tergiversare in queste ore, guarda caso, è l’Ungheria sovranista di Orban. Calenda che ne chiede l’espulsione dall’Ue pecca di pura grossolanità politica, ma questo non impedisca di dubitare dei veri referenti del sovranismo: ungherese e non.

Al fondo emerge, prepotente, il dibattito sempre insoluto sulla pace e sulla guerra. È più grande di noi, non abbiamo la soluzione in tasca. Ma è certo che non c’è pace senza giustizia, e se la mancanza di spari viene pagata con la libertà di qualcuno, per favore non chiamiamola pace. Creare il deserto e la solitudine e poi chiamarli pace è la tecnica dei ricchi e dei potenti.

Oggi rischiamo di costruire deserto e solitudine dritti nel cuore dell’Europa. E le conseguenze sarebbero tremende. Difficile immaginare lo sbocco della crisi. L’invio di armati oltreconfine da parte di Putin non lascia immaginare niente di buono. A quanti teorizzavano, dopo il 1989, che la Storia fosse finita sta arrivando la peggiore delle risposte. La Storia ha ricominciato la sua corsa, che è verso l’abisso. Nel 1939, in una crisi per molti versi simile a questa, la posta in gioco non si chiamava Donetsk. Si chiamava Danzica.

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