MARTEDÌ 03 SETTEMBRE 2019, 00:01, IN TERRIS

Non sapersi prendere per mano

DON ALDO BUONAIUTO
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Connor Crites e Christian Moore
Connor Crites e Christian Moore
B

ertold Brecht compiangeva un Paese che abbia bisogno di eroi. Parafrasando la sua celebre massima, dovremmo biasimare una società globalizzata nella quale a fare notizia è un normale gesto di umanità. In poche ore hanno fatto il giro del mondo due bambini che vivono a migliaia di chilometri l’uno dall’altra, eppure sono uniti dal medesimo afflato di condivisione. Lo scolaretto americano prende per mano il compagno di classe, autistico, che piange davanti al portone della scuola. Dall’altra parte del globo una sua coetanea africana segue spontaneamente le orme della teenager ambientalista Greta, ed entra in un commovente sciopero della fame per protestare contro la devastazione del creato. Sono due sorprendenti lampi nel buio più fitto. Ma ancora più stupefacente è la meraviglia di noi adulti, segno inequivocabile di una contemporaneità sempre più disumanizzata nel cui contesto la misericordia e il moto d’animo che sgorgano limpidi dal cuore dell’infanzia appaiono come eventi straordinari. Ciò dimostra che mai come oggi è difficile, come insegnava don Giuseppe Dossetti, camminare insieme, tenersi per mano, immedesimarsi nelle sofferenze del nostro prossimo. Eppure, lo dico da antropologo, tendere la mano è fin dalla notte dei tempi, il modo per dimostrarsi disarmarti, e con una stretta di mano si sono interrotte carneficine, si sono riappacificati i popoli, per secoli nella liturgia religiosa e civile, dal patto nuziale alle intese dinastiche, prendere nella propria mano quella altrui ha cambiato le sorti collettive e private dell’umanità. Gesti ormai obsoleti, svuotati della loro forza originaria.

Impossibile, quindi, stupirsi se in qualunque ambito della vita pubblica non si riesce più a coltivare quel bene comune che è divenuto così raro anche nella sfera privata. Un antico adagio recitava impietoso: “Vizi privati, pubbliche virtù”. Ormai non è più neanche così. Adesso privato e pubblico fanno a gara nel mettere l’interesse particolare davanti a quello generale. Ne abbiamo quotidiano e triste esempio in economia, politica, vita sentimentale. E’ diventato famoso il caso di un manager italiano di una multinazionale ai primi posti nella produzione di fatturato. Il giovane dirigente d’azienda fu convocato d’urgenza negli Stati Uniti. Il ramo nazionale del colosso andava molto bene, creava valore all’intero comparto della new economy, eppure i grandi capi gli chiedevano di tagliare il venticinque per cento della forza lavoro. Ciò significava lasciare a casa migliaia di padri e madri di famiglia che avevano contribuito a rendere la multinazionale leader nel mercato. Nella sala riunioni riecheggiò una sola parola: why? A quella semplicissima contestazione nessuno seppe opporre una risposta e così la dolorosa e non necessaria ristrutturazione aziendale fu scongiurata. Allo stesso modo il bambino che offre spontaneo conforto al coetaneo in difficoltà non si chiede quale sia il motivo del pianto ma avvicina il suo cuore a quello di chi soffre. Se nella classe dirigente nazionale e comunitaria, si mostrasse il buon senso della compartecipazione tornerebbero concetti oggi desueti come concertazione, solidarietà, pacificazione sociale.

Questa difficoltà di camminare insieme non risparmia neppure il mondo cattolico, che invece per definizione è tenuto ad essere universale, comunitario, solidale. Nessuno si salva da solo, la fede ridotta a rituale personalistico rischia di ridursi a superstizione. Ad un grande raduno ecumenico divenne proverbiale l’imbarazzo, quasi il fastidio tattile, dei leader religiosi di prendersi per mano durante la recita del Padre Nostro. Come se si trattasse di un gesto di eccessiva confidenza, una inopportuna violazione dello spazio personale, un’intromissione degna di chi non sa tenere gli altri alla giusta distanza. Nulla di male per carità se stessimo parlando di un meeting di agenti di commercio, peccato che si stesse commemorando l’ultima cena nella quale un giovane che predicava per strada si era riunito a tavola con pescatori e persone prese dal popolo per stabilire l’eterna e irrinunciabile comunione d’intenti dei credenti di ogni epoca.

Oggi si sente solo la prima persona singolare. Ovunque campeggia l’io. La prima persona plurale potrebbe pure essere rimossa dalle grammatiche scolastiche, tanto il noi non lo usa più nessuno. Se è vero che nessun uomo è un’isola, proviamo almeno ad essere un arcipelago. Oggi prendersi per mano non può essere liquidato come un gesto giocoso da bambini. Anzi, nulla di più serio e tragico di un mondo incapace di affrontare e risolvere insieme le questioni. L’incontro non è un disagio, è l’essenza stessa della vita sociale. Lo sbarco dei bambini dalla Nave Jonio non doveva essere un freddo atto burocratico, così come avvenuto in tutte le emergenze umanitarie legate ai flussi migratori. Se non prendiamo sul serio la vita, la vita non prenderà sul serio noi.

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