Gli oceani sono immensi, ma il commercio mondiale di merci e materie prime dipende da pochi passaggi marittimi, sempre più militarizzati o esposti ad attacchi asimmetrici. E ognuno di questi mostra delle criticità. In questi giorni i media hanno parlato dello Stretto di Hormuz, oggetto di scontri dopo l’attacco di USA e Israele all’Iran (al termine dei lavori dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, l’Iran ha proposto una sospensione del conflitto per una settimana, ma gli USA hanno rifiutato). Anche il Mar Rosso e Bab el-Mandeb sono punti critici: gli attacchi condotti contro le navi mercantili nel Mar Rosso hanno costretto i colossi commerciali ad abbandonare la rotta del Canale di Suez (era già successo qualche anno fa a causa dell’incidente ad una nave portacontainer che si era intraversata) e a decidere di circumnavigare l’Africa tramite il Capo di Buona Speranza.
Le conseguenze sono notevoli: tempi di navigazione allungati di 10-14 giorni, tonnellate di emissioni di CO2 in più e costi dei noli delle grandi navi alle stelle con ricadute sui prezzi al consumo. Anche lo Stretto di Malacca è un punto critico per gli scambi marittimi: situato tra Malesia e Indonesia, è un nodo fondamentale per l’approvvigionamento energetico dell’Asia orientale. Altro punto critico è la Rotta Artica: con lo scioglimento dei ghiacci causato dal cambiamento climatico, l’Artico sta diventando la nuova rotta commerciale strategica (la Northern Sea Route). E ovviamente molti vorrebbero assumerne il controllo. La Russia vorrebbe farlo in modo quasi esclusivo. La Cina vorrebbe integrarla nella propria “Via della Seta della Terra e del Mare”. E gli USA hanno appena sottoscritto un accordo con la Groenlandia che non riguarda solo lo sfruttamento delle risorse minerarie. Tutto questo rischia di trasformare un fragile ecosistema naturale in un possibile teatro di scontro geopolitico e militare con enormi ricadute sul trasporto marittimo globale.
Circa il 90% delle merci mondiali si sposta su nave, ma non è solo questa l’unica cosa che viaggia attraverso i mari. Sotto il livello dell’acqua, lontano dagli sguardi della maggior parte dei media, si combatte un’altra guerra. Invisibile, ma non meno importante. Cavi sottomarini e per il trasporto dell’energia elettrica, gasdotti e oleodotti sono potenziali bersagli di quella che gli esperti definiscono “guerra ibrida”. La vulnerabilità dei mari riguarda la sopravvivenza stessa della società moderna iper-connessa.
Un esempio per tutti. Quando si parla di globalizzazione delle comunicazioni, quasi sempre si pensa ai satelliti o alle comunicazioni wireless. La realtà è completamente diversa: secondo l’ITU oltre il 99% del traffico internazionale di dati viaggia attraverso cavi sottomarini. Questi sostengono anche transazioni finanziarie, cloud computing e comunicazioni governative. A controllare queste zone sono un numero enorme di navi spia e “navi da ricerca scientifica” di diverse potenze globali coinvolte. Il Mar Mediterraneo e i suoi collegamenti con Atlantico, Mar Rosso e Oceano Indiano costituiscono uno dei nodi più critici al mondo (chokepoint): attraverso passano un numero enorme di cavi che collegano Europa Asia e Africa.
Oggi non è più sufficiente affrontare le tempeste e le tradizionali insidie della navigazione: i mari sono sempre più militarizzati e il rischio di crisi internazionali è a livelli critici. Senza strumenti di cooperazione efficaci a livello internazionale, in grado di garantire la sicurezza e il pattugliamento neutrale delle rotte e dei cavi sottomarini, far rispettare il diritto internazionale della navigazione e bilanciare le esigenze del commercio con la tutela ecologica, il mare continuerà ad essere terreno di tensioni e di scontri. Una giungla senza legge o un campo di battaglia. Un lusso che l’umanità non può più permettersi.

