Con grande lucidità papa Leone XIV, nella Magnifica Humanitas, spiega che la tecnologia non è neutrale e dunque è il suo uso che va posto al servizio del bene comune e dell’umanità: “Parlare di destinazione universale dei beni significa trovare modi per assicurare l’accesso universale alle tecnologie e alla formazione. Parlare di sussidiarietà chiede di proteggere la capacità delle comunità di scegliere e correggere, senza relegare il loro intervento a una vigilanza, dopo che gli standard sono stati scritti altrove. Parlare di solidarietà obbliga a riconoscere il lavoro invisibile, spesso sfruttato, che alimenta i modelli algoritmici. Parlare di giustizia impone di interrogare le geografie del potere che definiscono chi può addestrare i modelli e chi è solo oggetto di addestramento, e riconoscere che la giustizia sociale non è solo un obiettivo da tutelare dopo l’adozione delle tecnologie, ma una condizione previa da praticare nel loro stesso disegno” (par. 109).
Non meno importante, in questo viaggio all’interno dell’IA, è il tema del “disarmo”. La tecnologia non va collocata a servizio della distruzione e della morte, ma al servizio della custodia della vita e del bene. Nella visione di papa Leone XIV, c’è la convinzione che l’umanità è capace di migliorare e migliorarsi, accogliendo e alleviando le sofferenze. Di qui l’appello ai poteri tecnocratici, alla politica, e a tutte e tutti gli uomini e le donne del pianeta, affinché lo sviluppo tecnologico sia portatore di un nuovo umanesimo. In questo senso il capitolo quarto del documento (“Custodire l’umano nella trasformazione. Verità, lavoro, libertà”) indica la direzione in cui si deve collocare lo sviluppo tecnologico. Non la paura ma la visione positiva che un nuovo mondo è possibile.
Di grande importanza sono i richiami alle potenzialità educative dell’IA e l’attenzione da porre da parte delle famiglie ai rischi dell’adescamento, dello sfruttamento, del ricatto, soprattutto verso i minori (parr. 141-142). Sui temi del lavoro e dell’occupazione, la visione della Chiesa e chiara ed il papa la richiama con estrema perspicacia e realismo. Una saggezza di grande importanza quando si osserva che “servono strumenti capaci di adattamento: modelli articolati, sperimentazioni locali, redistribuzioni progressive, nuovi diritti di accesso ai beni essenziali. Senza inseguire un’armonia astratta, si tratta di costruire forme concrete di convivenza umana nella trasformazione” (par. 153).
Il capitolo si chiude con il richiamo al fatto che anche la Chiesa nel suo percorso storico ha avuto un percorso di conversione e che solo nel Novecento – ma con forza – ha assunto un impegno deciso a favore di tutti i diritti umani, come cartina al tornasole della bontà di una visione equa della politica, dell’economia, dello sviluppo sociale (parr. 170-181). Infine, con il capitolo quinto (“La cultura della potenza e la civiltà dell’amore”), l’analisi diventa proposta. Un capitolo splendido, questo! Leone XIV denuncia anzitutto la “cultura della potenza” (par. 188) che “riabilita la guerra” (par. 190), come via per la soluzione dei problemi. Come si vede il pensiero del Papa va ben oltre l’accusa verso un solo protagonista. Anzi avverte del pericolo che siano pochi a detenere il potere tecnologico. E invita a percorrere una via etica non in maniera generica ma condivisa e chiara: “Non basta invocare genericamente l’etica: occorre indicare puntuali criteri di discernimento. Il primo riguarda la responsabilità personale. Quando la decisione di colpire si automatizza o si opacizza, cresce il rischio di deresponsabilizzazione. Per questo la catena delle responsabilità deve restare identificabile e verificabile: chi progetta, chi addestra, chi autorizza, chi impiega deve poter rendere conto delle proprie scelte.
Il secondo criterio riguarda il tempo del giudizio morale. L’IA tende a comprimere i tempi decisionali; ma, in guerra, decisioni irreversibili non possono avere come criteri supremi rapidità ed efficienza. Il terzo criterio è la distinzione e la protezione dei civili. Ogni tecnologia che rende più facile colpire senza vedere il volto dell’altro abbassa la soglia morale del conflitto. La selezione dei bersagli e l’impiego della forza non possono confondere combattenti e non combattenti, né ignorare l’impatto sulle popolazioni indifese (par. 199). Nell’attuale mentalità che ci vorrebbe portare ad una sorta di “normalizzazione del conflitto” (par. 208) cui si piega la disinformazione, la facile strumentalizzazione, la demonizzazione dell’avversario, Leone XIV indica un’altra strada: la “civiltà dell’amore”, già segnata da Giovanni Paolo II (parr. 210-228). E quindi il rilancio del dialogo, della convivenza pacifica, della ricerca di soluzioni condivise, del multilateralismo in politica, ed anche della misericordia reciproca. Appunto la figura di Gesù, la sua magnifica umanità: ha dato la sua vita per gli altri, sino alla morte. Come appare evidente nell’Eucarestia ove è presente come “pane spezzato” e “sangue versato”.
Scrive il Papa: “L’Eucaristia ci apre alla giustizia e alla condivisione, con un’attenzione preferenziale verso chi porta il peso della povertà e dell’emarginazione. E mentre le nuove reti economiche e tecnologiche possono generare esclusione, isolamento e dipendenze, la Chiesa, nutrita dell’Eucaristia, è chiamata a rendere visibile un’altra misura, custodendo legami, restituendo voce agli invisibili e orientando i processi verso la dignità delle persone” (par. 235). In conclusione, papa Leone XIV riprende la vicenda di Neemia con cui ha aperto l’Enciclica: la convergenza verso un progetto comune. E la visione della speranza si concretizza nel canto del Magnificat per diventare “tessitori di speranza nel nostro mondo” (par. 245).

