Macron in Vaticano: un’analisi della sua visita

Papa Leone XIV riceve il presidente francese Emmanuel Macron. Foto © Imagoeconomica.

Nella tradizione medievale, durante l’ottava di Pasqua esisteva l’uso del “risus pascalis”, cioè per esprimere la gioia della resurrezione, si narravano anche in chiesa alla fine delle funzioni religiose: facezie, lazzi ed anche barzellette. Senza mancare di rispetto a nessuno, ecco un esempio di Risus Pascalis contemporaneo.

Qualcuno ha scritto che “il diavolo si nasconde nei particolari” così si potrebbe partire dall’analisi di questa visita di Macron al Papa, dando attenzione ai particolari. Il primo è che non si è trattato di una visita di Stato, ma di una Udienza privata. Nella quale però risulta che si sia parlato di temi come: la pace nei vari teatri di guerra mondiali e, molto probabilmente, anche della tematica dell’eutanasia, oggi molto discussa in Francia.

A quasi un anno dell’elezione del pontefice, Papa Leone, un “americano a Roma” molto sui generis, temi del genere avrebbero giustificato abbondantemente una visita di Stato. Ma questo avrebbe significato riconoscere al Papa e dal Vaticano una dignità di istituzione Statale, tra l’altro con un ruolo riconosciuto come significativo a livello della politica mondiale, nonostante la quasi irrilevanza dal punto di vista della politica economica, che oggi sembrerebbe dominare tutto.

Secondo particolare è che: nella stessa visita a Roma, prima si vadano a trovare “gli amici di Sant’Egidio”, associazione umanitaria riconosciuta come più laica che religiosa ed infine che dopo si passi dal Vicariato di Roma e dalla Basilica Lateranense, riconoscendo così un titolo storico del Presidente della Repubblica Francese, ereditato dai privilegi dei re ottocenteschi, essere Protodiacono di San Giovanni in Laterano. I re sono stati ghigliottinati, ma il titolo si conserva, oltralpe non si butta niente!

Questo mettere tra Sant’Egidio ed il Laterano una visita privata dal Papa, sembra tanto un’operazione per tenere buona quella parte di Francia molto preoccupata di ridurre la fede all’ambito privato, al contesto di residui di antiquariato, belli ma poco rilevanti, o di realtà interessante soltanto se si limita all’impegno umanitario, ma evita di intervenire in nome di valori e contenuti religiosi sulla vita delle persone. Questa è la famosa e sempre rivendicata Laicità alla francese, di cui il Presidente si mostra fortemente devoto, quasi bigotto in alcuni casi.

Un terzo particolare interessante, in quella Francia che è considerata universalmente la patria della moda, è stata la mise, scelta dalla première Dame. Che ha rispettato il protocollo Vaticano presentandosi in nero, ma si è guardata bene dall’uso del velo. Pur avendone uno, in pizzo nero prezioso, usato però come girocollo.

Questa operazione molto attenta alla laicità, che sembra far di tutto per ridimensionare la rilevanza pubblica dei segni e dei valori religiosi, ha però ho avuto una scivolata non irrilevante, guarda un po’ i particolari, nell’udienza con il Segretario di Stato. Lunga quanto quella con il Papa.

Questa nel cerimoniale standard, farebbe solitamente parte delle Visite Ufficiali dei Capi di Stato, non certo delle udienze private. La domanda è allora: siamo davanti ad una bella operazione di cerchiobottismo, da parte di un presidente che capisce bene come oggi la questione religiosa non possa essere più soltanto ridotta ad un fatto privato, o di nostalgia antiquaria? Oppure si continua a strizzare l’occhio ad una visione di laicità spinta, convinta di dover tollerare la sopravvivenza ritenuta fastidiosa e residuale di quella realtà che è la fede religiosa? Una sopravvivenza che, secondo i grandi maîtres à penser della Francia laicista, doveva scomparire senza lasciare tracce ormai da quasi 100 anni?

Se potessi parlarci, mi piacerebbe ricordare a Macron una frase di Gustave Flaubert “Le bon Dieu est dans le détail”. Forse a certi troppo frettolosi teorici del funerale di Dio, devoti della Laicità spinta alla francese, continua a sfuggire qualche dettaglio. Come quello che la fede non si può relegare, se è vera, in un angolo privato della vita, senza che “infetti” inevitabilmente anche lo spazio della mente e del cuore, diventando generatrice di cultura, anche politica, e quindi di scelte e di linee d’azione anche nella vita pubblica.

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