La difesa della vita è un valore umano in sé. Ben più che a decidere tempi e modi della propria morte, ogni malato ha diritto di percepire che la trama di relazioni che ne ha sostenuto l’esistenza non si sta sfaldando e che la collettività, anche attraverso il sistema sanitario, continua a ribadirgli in modo concreto e credibile: “Noi ci prendiamo cura di te”. C’è molto da fare per contribuire a diffondere una cultura della vita, riaffermata come diritto fondamentale, e concorrere a sostenerla effettivamente anche nelle condizioni di difficoltà.
Il valore umano della difesa della vita riguarda tutti e non solo gli appartenenti alle varie confessioni religiose, che hanno il diritto-dovere di esplicitare le proprie posizioni, come è avvenuto con la Dichiarazione congiunta delle religioni monoteistiche abramitiche sulle problematiche del fine vita, frutto del dialogo fra i rappresentanti dell’Islam, dell’Ebraismo e della Chiesa cattolica, in cui c’è il rifiuto dell’eutanasia e del suicidio medicalmente assistito.
I problemi della fine della vita invitano a riflettere sul fine ultimo e sul senso della vita e sulla sua tutela sotto vari punti vista: medico, giuridico, filosofico, morale, religioso. Nell’attuale dibattito le questioni legate alla fine della vita suscitano accesi contrasti nella nostra società laica, caratterizzata da un forte pluralismo morale, ma è necessario e procedere sulla linea del dialogo per contribuire alla ricerca di soluzioni per quanto possibile condivise. Di fronte a situazioni finora inedite bisogna fare lo sforzo di prendere contatto con la realtà, liberandosi per quanto possibile da pregiudizi e posizioni ideologiche, in modo da mettere a fuoco che cosa c’è veramente in gioco. I dibattiti sui problemi della fine della vita si sono moltiplicati negli ultimi anni a causa dei progressi scientifico-tecnologici, che rendono possibile una prolungata sopravvivenza accompagnata da sofferenze fisiche e psichiche. Ci troviamo di fronte a un fenomeno relativamente nuovo, che richiede una riflessione etica più approfondita in quanto i principi morali e giuridici, che ereditiamo dal passato, non sono pienamente adeguati.
Certamente il patrimonio della riflessione etica e giuridica di carattere umanistico mantiene il suo valore, ma la sua applicazione non può avvenire in maniera automatica. Occorre capire quale sia la maniera per tutelare, nella nuova situazione, quei valori che la tradizione ci consegna. Serve dunque un processo collettivo di riflessione, che chiama in causa, in maniera diversa, una pluralità di soggetti. Va considerata l’esperienza del soggetto che vive queste situazioni sulla propria pelle: i pazienti sottoposti a terapie di sostegno vitale senza prospettiva di guarigione, le loro sofferenze fisiche e psicologiche e quelle dei loro familiari e amici. La loro dignità richiede una tutela assoluta e l’intimità della loro umanità non può essere ridotta a un caso clinico o fornire pretesti per crociate ideologiche. Ogni persona sofferente ha diritto a un ascolto autentico e al rispetto della sua convinzione: da chi ha scelto di rendere pubblica la propria condizione, scendendo in lotta anche mediatica contro di quella che percepisce come una violazione della propria libertà, a chi affronta la propria situazione dolorosa nella riservatezza e testimonia la saggezza umana di scelte che puntano sulla relazione di cura e di accompagnamento e su una terapia del dolore in un percorso a volte molto lungo e faticoso.
Su un altro piano vi è l’esperienza dei medici e del personale sanitario, che è spesso altrettanto angoscioso: sperimentano, infatti, la contraddizione tra la potenza degli strumenti tecnici di cui dispongono e l’impossibilità di raggiungere la guarigione cui la loro azione aspira, mentre devono fare i conti con interrogativi radicali sul significato della propria professione chiamata a promuovere la vita e con il timore di ritrovarsi obbligati a compiere atti a cui in coscienza ritengono di non poter acconsentire. Nell’ambito sanitario ciò che è riconosciuto come diritto di qualcuno diventa un obbligo per qualcun altro. A riguardo l’Associazione medica mondiale, in base al giuramento di Ippocrate, mantiene una posizione contraria alla legittimazione di azioni che diano o aiutino a darsi la morte, e numerosi sono i richiami alla necessità di salvaguardare gli spazi dell’obiezione di coscienza.
Confrontarsi con la concretezza delle esperienze ci permette di capire che il morire è questione che riguarda singolarmente ciascuno di noi, ma non è un problema puramente individuale, nel senso che accade all’interno di una trama di relazioni umane, che la progressiva complessità dei rapporti sociali rende ancora più ricca ed estesa. E’ fuorviante ragionare sul tema della fine della vita a prescindere da tale trama di relazioni. Questo principio personalista con una prospettiva solidarista, che è anche alla base della nostra Costituzione, è l’ambito al cui interno bisogna situare la comprensione dei concetti chiave del dibattito in corso.

