C’è l’urgenza della diffusione della Parola, del Regno di Dio. L’evangelista Luca, nel brano proposto dalla liturgia odierna, rimarca decisamente questa idea. Parla di missione e missionari, cioè di persone inviate. Gesù dice che la “messe” è pronta ed è abbondante, è chiaro che è un linguaggio simbolico perche vuol fare riferimento all’umanità che ormai è pronta a ricevere il messaggio salvifico di Dio. Ma chi deve annunciarla? Il primo annunciatore è Gesù, il Maestro, il primo inviato dal Padre, chi crede in lui, a sua volta, viene inviato a fare altrettanto. Gesù indica anche lo stile del missionario che deve farlo in povertà: non deve “accomodarsi” e quindi sperare in una ricompensa “umana”, ma la precarietà gli deve far confidare solo ed esclusivamente nella provvidenza di Dio. La precarietà non garantisce il successo della missione.
Il discepolo viene inviato perché ha creduto (condicio sine qua non) e per questo annuncia, ma non è detto che chi riceve l’annuncio debba credere a sua volta, anzi proprio per il messaggio che porta può essere incompreso, perseguitato, deriso: Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”. Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle sue piazze e dite: “Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino”. Io vi dico che, in quel giorno, Sòdoma sarà trattata meno duramente di quella città».
San Luca non si sottrae ad utilizzare, ancora una volta, la simbologia dei numeri. Gesù manda 72 discepoli a due a due. Settanta sono gli Anziani in Israele, i membri del sinedrio, i traduttori della Bibbia e i popoli della terra, così come possiamo constatare al capitolo 10 del libro della Genesi. Ma sempre nello stesso capitolo i popoli diventano 72, come anche gli anziani diventano 72 se si considerano Mosè e Aronne. Il significato, allora, diventa chiaro: La missione è rivolta non ad alcune persone, ma a tutti i popoli della terra. Inoltre, il numero sette indica la totalità, la perfezione 7 più il numero 2: sempre secondo la mentalità del tempo, indica la continuità dell’1 nel tempo. Il numero 1 è Dio stesso.
L’essere inviati a due a due significa in primo luogo l’aiuto reciproco, l’altro motivo è che, all’epoca, la testimonianza, per essere credibile, doveva essere accertata da due persone. Se l’invio in missione era svolto nell’incertezza e nella precarietà il ritorno, così come ce lo racconta Luca, è nella gioia: I settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: “Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome”. Egli disse loro: “Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli”.
Fine della missione, allora, è la liberazione dal male, il ritorno a Dio. Gesù, ancora, avverte che la gioia non dipende dal successo avuto, bensì dal fatto che ciascuno di noi è caro a Dio, il nome = la presenza, è scritta in cielo= Dio. Ognuno di noi, in virtù del battesimo ricevuto, ha il dovere di annunciare questa gioia. Siamo sempre soliti dire che il mondo è pieno di insidie, è pieno di lupi… ma credo che anche chi vive in questa condizione si aspetti un messaggio o una parola di liberazione e noi non possiamo esonerarci da questo compito. San Francesco, a suo tempo, ci ha fatto comprendere che anche i lupi hanno desiderio di salvezza, hanno sete di Dio.

