La missione di papa Francesco

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Dopo il discorso in cattedrale, il Papa benedice una delle suore Missionarie della Carità. Foto: Vatican Media

La missione come vocazione della Chiesa. Papa Francesco ha rinnovato il mandato ai  Missionari della Misericordia: “Siate attenti nell’ascoltare coloro che desiderano ritornare al Signore”. Il 30 marzo si è concluso il sesto grande evento giubilare dedicato ai Missionari della Misericordia. Come ha ribadito il Concilio Vaticano II, dire Chiesa significa dire popolo di Dio. E cioè identità e vocazione alla santità di questo popolo e in particolare della sua componente laicale. Quindi il capitolo della Lumen Gentium che parla della vocazione universale alla santità fu percepito da molti padri conciliari come un autentico punto di novità e forza. In pratica si tratta di ricostruire il percorso attraverso cui diventando cristiani si appartiene al popolo di Dio. Frutto del Concilio è anche la stagione dei movimenti ecclesiali. Oggi Francesco chiama tutti questi movimenti a collaborare all’unica e grande missione della Chiesa: quella di “rendere presente Cristo in mezzo agli uomini”, come diceva Henri de Lubac. A sessant’anni dalla conclusione del Vaticano II la “sfida conciliare” è principalmente quella di verificare come, in che misura, con quali fatiche queste tematiche hanno plasmato la mentalità della Chiesa.

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Foto © Imagoeconomica

Senza risparmiarsi interrogativi di fondo. E cioè la maggioranza che ha approvato i documenti del Concilio era davvero un blocco monolitico? O anche all’interno di quell’80 per cento c’erano diverse opinioni e sfumature? Che ruolo hanno avuto le “reti di opinione” nella formazione di un orientamento conciliare e nell’aggiornamento della teologia dei padri? Papa Roncalli pensava a un evento di pochi mesi, ma quale erano le aspettative di durata dei partecipanti? Ad alcune di queste domande ha provato a dare una risposta il convegno internazionale di studi (Il Concilio e i suoi protagonisti alla luce degli archivi) che si è svolto in Vaticano dieci anni fa. L’incontro di studi è stato promosso da Bernard Ardura, presidente del Pontificio comitato di scienze storiche e da Philippe Chenaux, direttore del Centro studi e ricerche sul Concilio Vaticano II. Il convegno ha idealmente completato quello del 2012 che aveva indagato gli archivi diocesani, religiosi, universitari e anche privati che conservano documenti appartenuti ai partecipanti al Concilio. In particolare si è trattato di illustrare delle figure dei principali vescovi e ricostruire reti di opinione create prima e in occasione del Concilio e che ebbero un notevole ruolo nella formazione delle convinzioni di molti padri conciliari. Occorre, infatti, indagare sulle diversità e divergenze poiché, secondo Ardura, l’unanimità fortemente auspicata da Paolo VI per l’approvazione dei documenti conciliari ha lasciato nell’ombra le opinioni di una minoranza tuttavia ben organizzata, con alcuni protagonisti di queste correnti, tra cui, per esempio, monsignor Lefebvre. All’interno della maggioranza di più dell’80% c’erano divisioni, perciò non è corretto presentarla come un blocco monolitico.

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Foto © VaticanMedia

Una riflessione che raccoglie gli echi di dibattiti anche accesi sulla ermeneutica del Concilio, se in continuità o in discontinuità con tradizione e storia della Chiesa, o anche sul ruolo dei media. Secondo Ardura, dopo sei decenni alcune passioni si sono un po’ placate, siamo in una fase in cui sembra possibile una miglior comprensione del Concilio ma non ciò non deve stupire perché concili come per esempio quello di Trento hanno avuto bisogno di un secolo per portare tutti i frutti. A conferma dell’intrinseca vocazione ecumenica e interreligiosa del Vaticano II hanno preso parte al convegno del 2015 in Vaticano anche rappresentanti della Chiesa ortodossa russa e ucraina e della Comunione anglicana, ed è stato letto anche un messaggio del rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni. Si possono accostare le figure di Giovanni XXIII e di Francesco sia per l’empatia che li avvicina alle persone sia per il dinamismo di rinnovamento di cui sono portatori, segno di una grande libertà interiore radicata nel Vangelo, secondo padre Giacomo Costa, già presidente della Fondazione culturale San Fedele di Milano e direttore di Aggiornamenti Sociali, il mensile dei gesuiti che, dal 1950, offre approfondimenti e analisi sulla vita sociale, politica ed ecclesiale italiana. E aggiunge: “Lo stile di Francesco è forse più fraterno che paterno, soprattutto nel rapportarsi con le altre comunità cristiane, le altre religioni e le persone al di fuori della Chiesa“.

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credito: CARLO LANNUTTI

Il sesto grande evento giubilare è stato quindi dedicato ai Missionari della Misericordia. Alla manifestazione hanno partecipato circa 500 missionari, insieme ai loro accompagnatori e familiari, provenienti da diverse parti del mondo. Tra cui Italia, Stati Uniti, Polonia, Brasile, Spagna, Francia, Messico, Germania, Slovacchia, Filippine, Bangladesh, Ucraina, Colombia e India. In occasione del Giubileo dei Missionari della Misericordia, Francesco ha voluto inviare ai sacerdoti un messaggio per supportarli nel loro ministero. “Vi ringrazio, perché con il vostro servizio date testimonianza del volto paterno di Dio, infinitamente grande nell’amore, che chiama tutti alla conversione e ci rinnova sempre con il suo perdono“. Aggiunge il Pontefice: “Conversione e perdono sono le due carezze con le quali il Signore terge ogni lacrima dai nostri occhi. Sono le mani con le quali la Chiesa abbraccia noi peccatori. Sono i piedi sui quali camminare nel nostro pellegrinaggio terreno. Gesù, il Salvatore del mondo, apre per noi la strada che percorriamo insieme. Seguendolo con la forza del suo Spirito di pace”. E l’ arcivescovo Rino Fisichella ha invitato i missionari della misericordia a “essere consapevoli della grazia che viene dal Padre, affinché possano essere ogni giorno con Lui”. E ha aggiunto che “tale consapevolezza trasforma l’esistenza. Rendendola espressione tangibile e trasparente dell’amore divino“.

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