La Chiesa ci invita per due domeniche consecutive a leggere il capitolo 18 del Vangelo di Matteo. L’evangelista apparteneva ad una delle più antiche comunità cristiane; anch’essa, come la nostra, non era una comunità di perfetti o di santi. C’erano persone dalla fede grande e persone di poca fede, persone assidue nella preghiera ed altre che si univano raramente alla celebrazione. Non mancavano i peccatori. Con loro non si sapeva come comportarsi. A quella comunità e alla nostra, Matteo porta oggi un grande insegnamento di Gesù.
Egli invita ogni credente a mettere in atto tutti i mezzi per recuperare il fratello peccatore. Non bisogna lasciare nulla di intentato per raggiungere lo scopo. In concreto si tratta di mostrare al fratello chiuso nel suo peccato che egli sbaglia, e di convincerlo a tornare sui suoi passi. Questo esige molta riservatezza, perché egli non sia umiliato. Se questo fratello si pente della sua cattiva condotta, nella comunità cristiana può trovare il perdono di Dio. Infatti il potere di «legare e sciogliere» che Gesù ha dato a Pietro, l’ha dato anche agli apostoli e ai loro rappresentanti che presiedono la comunità.
Di fronte a ciò ci si sente spiazzati. In pochissimi casi l’intervento delicato di un rappresentante della comunità o del presbitero ottiene qualche effetto. Di norma, la correzione fraterna non è più tollerata, è considerata un’intrusione quasi offensiva nella vita altrui. Perché? E’ diffusa la convinzione che la religione sia un affare privato, riservato alla vita personale dei singoli. L’esperienza spirituale è un fatto intimo, in cui nessuno può «ficcare il naso». Questa maniera di pensare ha contribuito alla crescita dell’insieme dei «credenti non praticanti».
Il Papa e la Chiesa hanno richiamato tante volte i cristiani, ricordando loro che per volontà di Gesù essi formano una comunità, una famiglia di fratelli e sorelle. Ma nonostante tutto, il senso di appartenenza si è affievolito, raffreddato, e le divisioni sono cresciute.
Grazie al Signore, in questi ultimi difficili tempi tanti stanno riscoprendo la necessità di riunirsi insieme, di pregare insieme, di dire insieme la propria fede, di conoscersi, di darsi la pace e il perdono. L’impegno ecumenico e la speranza di una unione fra i diversi cristiani sono un dono grande dello Spirito.
La pratica della correzione fraterna è oggi un grande esempio di vita cristiana coerente. Una comunità che vive seriamente e serenamente la sua fede, senza discorsi vani e senza lamenti, diventa un’umile e fraterna correzione verso tutti i «mezzi cristiani» che la guardano da lontano.
Non dobbiamo più considerare il prete come unico responsabile della Chiesa. Tutti dobbiamo essere con lui testimoni, fratelli, evangelizzatori, costruttori della pace e del perdono, realizzatori della carità e dell’attenzione verso i più piccoli e più deboli: il richiamo del Concilio Vaticano II al sacerdozio universale è oggi più che mai forte, esattamente come quello per una Chiesa che si dimostri sempre più sinodale.
Nella nostra società il prossimo diventa un anonimo, uno sconosciuto. Non si conosce il vicino di casa che abita sullo stesso pianerottolo. Se uno muore al di là di una parete, è possibile che nessuno di quelli che vivono al di qua se ne accorga. Ma proprio in questa «disumanizzazione delle relazioni» Gesù sta chiamando i cristiani a ridare vita alle loro comunità. In esse i dimenticati si sentono di casa, gli uni portano i pesi degli altri.
Bastano due o tre, una piccola comunità, perché Gesù sia presente in essa per parlare, interrogare, incitare, santificare, unire, nutrire con la sua Parola e il suo Corpo.

