Nell’enciclica l’eredità di Giovanni XXIII

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Fratelli tutti“, la terza enciclica che Papa Francesco presenterà il 3 ottobre ad Assisi, sarà una tappa fondamentale nella sua riforma spirituale. Intanto nel mondo, duramente provato dalla pandemia la  conversione ecologica, si concretizza in progetti per ridurre il debito ecologico, le disuguaglianze, la povertà. A ispirarli è proprio la testimonianza di Jorge Mario Bergoglio nella sua capacità di attualizzare la lezione di San Giovanni XXIII. Il paragone tra Bergoglio e Roncalli, fatti i dovuti distinguo innanzitutto sul piano storico, ha un suo fondamento. Giovanni XXIII è stato eletto all’indomani (appena 13 anni dopo) della seconda guerra mondiale, in una Chiesa inevitabilmente euro-europea per non dire italo-italiana. L’intuizione del Concilio in quel contesto storico fu veramente “rivoluzionaria”. Nel senso che rivelò sin da subito la volontà del suo promotore di fare uscire la Chiesa dai suoi confini tradizionali. E di riformarne profondamente la struttura. Fu profetica l’idea e straordinaria la forza con cui la realizzò vincendo resistenze inusitate. La forza gli veniva sicuramente dalla profondità della convinzione maturata nel decennio precedente. Dossetti disse: “L’hanno eletto perché non lo conoscevano. Pochi sapevano che della necessità di un Concilio Roncalli aveva parlato quando ancora era a Parigi”. Molti i possibili confronti. Anche Francesco si trova a un versante della storia della Chiesa. E avverte come ineludibile la necessità di una riforma. Anche lui deve vincere resistenze inusitate in Curia e nella periferia ecclesiale. Anche lui sente l’urgenza di impostare un percorso in qualche modo irreversibile, accada quel che accada, anche alla persona dell’iniziatore  Le diversità fra i due sono ugualmente importanti:
Giovanni XXIII era “interno” alla vecchia struttura pacelliana e italiana anche per ragioni biografiche. Mentre Francesco “viene
dalla fine del mondo“, cioè dall’estrema periferia ecclesiale. E
ciò rappresenta un vantaggio. Ma comporta anche lo svantaggio
di un certo pregiudizio nei suoi confronti. Francesco viene
eletto papa non disponendo egli di un’idea cardine come fu il
Concilio per papa Giovanni. Portava con sé infatti l’esigenza
di una riforma profonda, ma non chiaramente degli strumenti.
Lo strumento che poi ha scelto è quello della sinodalità che
è soprattutto un metodo. Ciò detto le simmetrie possibili tra le due figure sono tante altre. La postura personale. La parrocchialità cioè la vicinanza umana che li fa sentire come autorità-accessibili e comunque conoscitrici del tuo problema. Insomma la pastoralità percepibile a prima vista. E ancora, l’abbandono nel senso di affidamento senza riserve alla divina Provvidenza. Cioè la certezza della misericordia del Signore. La capacità di “mettersi nei panni”(nel senso di condividere) dell’uomo del loro tempo, soprattutto del povero. La configurazione della povertà non solo
come condizione umana da prediligere come attenzione amorevole
per i cristiani, ma come vero e proprio luogo teologico
per eccellenza (“lì c’è Dio!”). Il Concilio è sicuramente l’orizzonte strategico del pontificato di Francesco, nella percezione che sin da subito ebbero le chiese di base dell’America Latina. Là vi fu sin da subito un’ambiente “naturaliter” per il messaggio conciliare. Perché quella era una chiesa più libera da orpelli, condizionamenti, curialismi, incrostazioni culturali ed economiche. E più avanti nella riflessione sulla necessità di deoccidentalizzare la Chiesa per liberarne l’originalità evangelica
del messaggio. Francesco si muove lungo questa scia, sempre
avanti ma mai oltre il bordo. E poi, e soprattutto, il Vangelo.
Da qui la sua inattaccabilità. Wojtyla e Ratzinger, secondo la definizione del cattolico democratico Pierluigi Castagnetti, sono stati gli ultimi papi europei, cioè immersi sino in fondo nella storia del loro continente. Il primo ha avuto il grande merito di assumere il tema della libertà e della liberazione dei popoli dalla schiavitù del comunismo. Ma entrambi non hanno saputo-potuto arrestare la deriva individualista e liberista del modello di sviluppo. Ratzinger più di Wojtyla ha capito la crisi del modello capitalista e, dunque, dell’occidente. E la necessità di separare i destini della Chiesa da quel modello di sviluppo. Lasciando e, in un certo senso preparando, la missione del suo successore.

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