L’Europa ritrova l’Atlantico

Foto di Zelch Csaba: https://www.pexels.com/it-it/foto/splendida-vista-satellitare-dell-europa-30596258/

L’ipotesi di offrire al Canada lo status di primo «membro associato» dell’Unione europea non è una bizzarria istituzionale. È il sintomo, eloquente, di una mutazione dell’ordine mondiale. Bruxelles e Ottawa cercano riparo nella medesima casa politica, mentre infuria una competizione imperiale che considera il diritto internazionale un intralcio, il commercio una concessione revocabile e gli alleati tributari.

Il legame strettissimo con il Canada nasce qui. Le grandi potenze hanno trasformato l’interdipendenza in un arsenale. L’energia è una tenaglia; i semiconduttori, un lasciapassare; le terre rare, una catena. Il libero commercio viene celebrato nei convegni e strozzato nei passaggi decisivi delle rotte marittime, dove porti, stretti e cavi diventano strumenti di pressione. Sopra tutto incombe la forza militare: una moderna spada di Brenno gettata sulla bilancia per minacciare chi dissente e ricattare gli Stati medi, troppo piccoli per resistere da soli.

L’intesa euro-canadese va dunque oltre dazi e investimenti. Energia, intelligenza artificiale, difesa, materie prime critiche, cloud, satelliti e Artico compongono la grammatica della sovranità. L’associazione darebbe all’Europa profondità strategica e al Canada un’alternativa alla dipendenza dagli Stati Uniti. Ma sarebbe grottesco invocare valori comuni e lasciare incompiuto il CETA, che dieci Stati membri, Italia compresa, non hanno ratificato. L’Europa eccelle nel proclamare il futuro e nel rinviarlo.

Che la categoria di «membro associato» non esista nei trattati non è un’obiezione: è la misura del compito. L’articolo 217 consente accordi di associazione; un ingresso nelle istituzioni richiederebbe una revisione più ardua, fino a lambire l’articolo 49 e il requisito geografico dell’europeità. La tecnica troverà una forma, se emergerà una volontà politica. Il vero ostacolo non è l’Atlantico: è l’abitudine europea a usare le procedure come alibi della timidezza.

Oltre la Manica riaffiora un’altra corrente. Dopo la sbornia della Brexit, nel Regno Unito torna l’interesse per l’Europa, alimentato dai governi e dalle società politiche di Scozia, Galles e Irlanda del Nord, che hanno pagato più nettamente il prezzo della separazione. Non è ancora un ritorno, né il desiderio è un calendario. È però una crepa nel dogma dell’irreversibilità: mentre il Canada guarda verso l’Unione, una parte del mondo britannico torna a guardare oltre il fossato scavato nel 2016.

La situazione è in movimento, e sarebbe colpevole leggerla con le mappe di ieri. L’Europa non è più soltanto un continente: è un’isola politica in un mondo dove libertà, diritti civili e sociali si fanno rari, mentre avanzano autocrazie e demagogie. Questa solitudine può diventare attrazione. Canada, Ucraina e un Regno Unito inquieto mostrano che l’Unione resta uno dei luoghi in cui la potenza pretende di essere disciplinata dalla legge.

Ma un’isola sopravvive se controlla gli approdi, protegge le rotte e riconosce chi condivide il suo destino. Occorrono difesa comune, sicurezza energetica e tecnologica, e il coraggio di inventare cerchi di appartenenza senza annacquare democrazia e Stato di diritto. Il Canada non bussa a un museo; chiede se esista un soggetto capace di scegliere. Se custodiranno trattati concepiti per un mondo scomparso, saranno amministratori eleganti della propria irrilevanza. Se avranno audacia, l’Atlantico cesserà di essere una distanza e tornerà spazio di libertà organizzata.

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