L’esempio cristiano di unità in un mondo lacerato

Ut unum sint” esorta Gesù affinché i cristiani siano una cosa sola. Da 58 anni si celebra la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani e ora più che mai i credenti sono chiamati a superare le divisioni al loro interno per essere esempio di riconciliazione in un mondo lacerato da guerre, conflitti, contrapposizioni. “Uno solo è il corpo, uno solo è lo Spirito” è il tema dell’edizione 2026 del principale evento ecumenico mondiale che sarà concluso il 25 gennaio a San Paolo fuori le Mura da Leone XIV. Il Papa figlio spirituale di Sant’Agostino ha messo il dialogo tra le confessioni cristiane al centro del Magistero pontificio.

Per “andare gli uni verso gli altri senza dimenticare le proprie radici” ha annunciato l’Anno Santo della Redenzione. Segno epocale del cammino comune dei testimoni di unità affinché l’abbraccio tra fratelli separati sia ponte di pace fra persone e popoli. In Turchia nel suo primo viaggio internazionale a İznik, a 70 chilometri da Istanbul, il Pontefice ha commemorato insieme al patriarca Bartolomeo e ai capi e rappresentanti delle Chiese cristiane del mondo i 1700 anni del primo Concilio ecumenico della storia. Sopra le rovine dell’antica basilica di San Neofito ha così riecheggiato l’appello condiviso a “respingere con forza” l’uso della religione per giustificare guerre e violenze, fondamentalismo e fanatismo. “Superiamo lo scandalo delle divisioni e alimentiamo l’unità. Noi crediamo in un solo Dio, Padre onnipotente”, ha scandito Leone XIV. Proprio lì a Nicea fu definito il Credo, formula di fede che oggi accomuna due miliardi e mezzo di cristiani nel mondo.

Richiamo costante ai cristiani impegnati a percorrere il sentiero provvidenziale verso la piena comunione condivisa da tutte le Chiese e comunità cristiane. “Quanto più siamo riconciliati, tanto più noi cristiani possiamo rendere una testimonianza credibile al Vangelo che è annuncio di speranza per tutti, messaggio di pace e di fraternità universale che travalica i confini delle nostre comunità e nazioni- insegna Robert Francis Prevost-. La riconciliazione è oggi un appello che proviene dall’intera umanità afflitta da conflitti e violenze”. Un’unità da realizzare all’interno della cristianità per poterla testimoniare credibilmente e diffondere nella società e tra i popoli. Di questo era particolarmente consapevole Giovanni XXIII il quale, anche grazie al suo trascorso di diplomatico, ha sollecitato e accresciuto la sensibilità ecumenica, riflessa nella “Unitatis Redintegratio”, oltre al desiderio di incontro e dialogo con le religioni espresso nella “Nostra Aetate”. In linea con i suoi predecessori, e accentuando tale desiderio di comunione e di incontro, nel tentativo di creare unità e fraternità, papa Francesco ha compiuto gesti significativi e fecondi, come lo storico incontro con il patriarca russo Kirill, oltre ai numerosi incontri con i rappresentanti di altre religioni.

La Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani è appunto espressione di una fede dall’identità forte, che intraprende nuove strade e che percorre tutte le possibili vie nella piena attuazione dell’ecumenismo, inteso come movimento e impegno volto a realizzare l’unità visibile e la collaborazione tra le diverse Chiese e confessioni cristiane in modo da superare le divisioni storiche basandosi sulla comune fede in Gesù. Il successore di Pietro è disposto a rivedere le forme di esercizio del proprio primato per arrivare a una riconciliazione che non va confusa con il relativismo e con il sincretismo. L’ecumenismo come metodo, quindi. Ecco l’anelito sinceramente ecumenico che spinge Leone XIV a considerare il primato petrino in termini di servizio alla cristianità e non di dominio. Qui trae origine l’impostazione autenticamente universale della sua missione pastorale con il debito di riconoscenza verso la bimillenaria resilienza delle comunità minoritarie in Asia e Africa. Negli anni da prefetto della Dottrina della fede, Joseph Ratzinger gettò le basi per giungere a una corretta comprensione dell’ecumenismo. Tre mesi dopo l’elezione, Giovanni XXIII il 25 gennaio 1959 ai cardinali, riuniti nella sala capitolare del monastero benedettino di San Paolo, rese nota la sua decisione di celebrare un concilio ecumenico. La risoluzione era scaturita dalla constatazione della crisi, causata nella società moderna dal decadimento dei valori spirituali e morali.

Negli ultimi cinquant’anni, erano avvenute profonde trasformazioni sociali e politiche; erano maturati nuovi e gravi problemi, che esigevano una risposta cristiana. Prima Pio XI e poi Pio XII avevano pensato ad un concilio ecumenico ed avevano pure avviato gli studi preparatori, ma entrambi i tentativi, per varie ragioni, si erano arrestati. Alcuni anni dopo, Giovanni XXIII, con lo sguardo rivolto ai bisogni della Chiesa e del mondo, si accinse, con «umile risolutezza di proposito», alla grande impresa nella quale leggeva il volere divino. Sulla cristianità “nessun’altra luce brilli che non sia Cristo, luce del mondo”, ci ha lasciato come mandato ed eredità di spirito San Paolo VI. Uniti come Gesù voleva i suoi discepoli.

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don Aldo Buonaiuto
don Aldo Buonaiuto
Fondatore e direttore editoriale di In Terris, è un sacerdote della Comunità Papa Giovanni XXIII. Da anni è impegnato nella lotta contro la prostituzione schiavizzata

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