L’eredità che ci lascia il cardinale Edoardo Menichelli

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Cardinale Edoardo Menichelli

Era diventato cardinale restando per tutti “don Edoardo”. Il dolore per la scomparsa dell’arcivescovo emerito di Ancona-Osimo è attenuato dentro di me solo dalla bellezza e dall’intensità delle esperienze condivise con questo umile e fedele servitore della Chiesa e degli ultimi. Mentre riannodo i fili della memoria si intrecciano ricordi personali e pagine di storia ecclesiale dell’ultimo ventennio.

La mia conoscenza con monsignor Edoardo Menichelli risale ai primi anni della sua missione episcopale a Chieti-Vasto. Da pastore sempre attento alle emergenze sociali era angustiato da una drammatica situazione che nel territorio della sua diocesi coinvolgeva non pochi giovani in difficoltà. Entrammo in contatto e da quella collaborazione nacque un’amicizia che si intensificò ulteriormente quando dall’Abruzzo fu destinato al capoluogo delle Marche. Innumerevoli i sentieri percorsi insieme per il bene comune, sempre con un’attenzione paterna per i fragili e gli invisibili. A ciò il cardinale univa un tratto umano di semplicità e immediatezza che lo portava a compiere gesti di umanità e spiritualità profonde. Quando per un piccolo intervento fui ricoverato in ospedale venne a trovarmi e rimase lì un intero pomeriggio testimoniandomi così il calore della sua vicinanza gratuita.

L’ultimo ricordo più caro che porterò sempre con me è legato a una tragedia che colpì la comunità di cui sono parroco a Fabriano. Lo scorso gennaio nella chiesa di San Nicolò fu monsignor Menichelli a presiedere la cerimonia funebre per Lucia Manfredi e Diego Duca, coniugi 40enni travolti e uccisi da un’auto all’uscita dall’ospedale regionale di Torrette e suoi parenti. Durante l’omelia il cardinale, che aveva perso entrambi i genitori a 11 anni di età, si è avvicinato al piccolo Alessandro, figlio della coppia, per abbracciarlo e raccontargli commosso la propria storia di orfano. Con la mano sulla spalla del bambino e guardandolo negli occhi con affettuosa dolcezza disse: “Ti racconto una storiella. C’era una famiglia con mamma, papà e figli. A un certo punto c’è una novità, nasce una bambina ma una settimana dopo la madre muore. Rimangono il padre con tre figli. Tutti gli chiedono ma perché non ti riposi? Dopo poco anche il padre muore e rimangono il birichino di 11 anni, il fratello di 5 e la sorella di pochi mesi. Sai chi era quel birichino? Ero io. Alessandro custodisci la casa dei tuoi genitori. Ti auguro di essere toccato da loro e da Dio. Tieni i tuoi genitori sempre nel cuore, nonostante le difficoltà io li ho sentiti sempre vicini”. A pochi passi da lui provai una stretta al cuore perché mi tornò in mente un episodio che mi aveva raccontato tempo prima.

Per le visite pastorali monsignor Menichelli aveva l’abitudine di mettersi alla guida della sua utilitaria e raggiungere anche l’angolo più remoto dell’arcidiocesi a lui affidata. Una volta, a ridosso delle mura di Osimo, parcheggiò dimenticando il borsello sul sedile di guida e al ritorno si accorse che gli era stato infranto il vetro del finestrino. “Nel portafoglio avevo solo qualche banconota perché le monete le tengo in tasca per fare l’elemosina però mi dispiace perché dentro avevo l’unica foto dei miei genitori”.

Balzo indietro di settant’anni. A Serripola, frazione di San Severino Marche dove era nato il cardinale, tra il 1943 e il 1944 trovò rifugio la famiglia ebrea del dottor Mosè Di Segni, medico partigiano e Medaglia d’Argento al Valor Militare e padre dell’attuale rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni, in fuga dalle persecuzioni nazifasciste. Nella parrocchia che era diventata la sua casa il piccolo Edoardo Menichelli, all’epoca bambino, giocava con i figli Di Segni. Una sensibilità al dialogo che lo accompagnerà sempre, dopo l’ordinazione sacerdotale, negli incarichi in Vaticano alla Segnatura Apostolica e alla Congregazione per le Chiese Orientali, dove affiancò il cardinale Achille Silvestrini, protagonista della ostpolitik durante la Guerra Fredda e artefice della revisione del Concordato a Villa Madama nel 1984.

È stato poi uno dei porporati molto vicini a Francesco, dopo due decenni di ministero episcopale in due arcidiocesi dell’Italia centrale, preceduti da un lungo servizio nella Curia romana. Fino a presiedere uno dei circoli minori al Sinodo dei vescovi sulla famiglia. Diceva: “I pastori sono chiamati a stare nella storia e aiutare le persone a santificare la quotidianità. La miseria è indegnità, la povertà è uno stile di vita. La verità è come l’acqua, la strada la trova. Non sono gli uomini che cambiano l’umanità, ma Dio. La Chiesa deve crescere nella dimensione della collegialità, nell’assunzione comune e responsabile del bene di tutti”. Un lascito di fede e carità.

L’articolo è stato pubblicato sul Corriere Adriatico

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don Aldo Buonaiuto
don Aldo Buonaiuto
Fondatore e direttore editoriale di In Terris, è un sacerdote della Comunità Papa Giovanni XXIII. Da anni è impegnato nella lotta contro la prostituzione schiavizzata

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