Dosato con sapienza diplomatica, oltre alla consueta attenzione apostolica, il programma secondo cui si snoda questo viaggio di Papa Leone in terra di Spagna – terra di salde fedi, incrollabili determinazioni e pertanto facile allo scontro binario – ha portato il Pontefice da Madrid a Barcellona. Gaudì, certo, con la sua meravigliosa basilica appena ultimata ed ora più alta di tutte le sue sorelle; ma anche culla di sussulti divisori, nemmeno troppo lontani nel tempo, di legittime e meno legittime rivendicazioni sovraniste. In altre parole, emblema in sedicesimo di quel che accade ora, in queste ore, in questo continente e in questa Terra che pare provarci un gran gusto a distruggere tutto quel che di buono è stato fatto da ottant’anni a questa parte.
Viaggio apostolico dunque, il suo, ma mai come adesso inteso a dare un senso profondo a scelte da compiere, a strade da seguire e soprattutto a valori da difendere. Il Papa che ha dimostrato di saper gestire un dibattito anche politico in cui un Potente cercava di trascinarlo nemmeno fosse un piccolo e ribelle satrapo di una lontana provincia, ha compiuto in Spagna una serie di gesti che vanno ben oltre i confini di una nazione tesa da sempre tra forti valori cattolici – talvolta da altrui sfruttati – ed un laicismo ideologico e spietato.
La sua processione del Corpus Domini nel centro di Madrid ha assunto così il carattere di una riassunzione di responsabilità di fronte al mondo moderno: nel cuore della Città la Chiesa cammina e indica il percorso. È al centro del villaggio, è il villaggio, anche per chi non la segue: esiste, propone senza imporre, offre una presenza e una soluzione. Ospedale da campo e anche baluardo, la Chiesa si presenta a una società laicizzante come punto di riferimento: verranno i tempi in cui chi vorrà saprà rivolgersi ad essa.
Ugualmente il suo discorso nel Palacio Real, che ha dato inizio al pellegrinaggio, ha dato il là alle giornate successive. Mentre le sue parole rimbalzavano contro le pareti del salone che vide la cerimonia di ingresso della Spagna nell’allora Comunità Economica Europea, il Pontefice ha presentato in controluce il successo del buon seme gettato dai padri fondatori del progetto europeo, che seppero cercare unità tra le macerie della guerra scatenata dai sovranisti ante litteram, dai populisti primigeni e dai totalitarismi imperanti. Anche quelli che sfruttavano un ostentato ossequio per l’altare per dividere e imperare. Ad alcuni osservatori che, vuoi per l’anagrafe vuoi per altro, hanno memoria lunga non è sfuggito che a pochi metri da quella sala, vale a dire sul piazzale antistante il Palacio, un dittatore pronunciò un ignobile discorso di fronte ad una folla plaudente per negare la grazia a cinque giovani condannati per terrorismo. La grazia l’aveva chiesta l’allora pontefice, San Paolo VI, in nome della difesa della vita. I cinque furono garrotati il giorno dopo.
Non si può baciar le pile e negare al povero, al più debole, a chiunque – anche a chi ha commesso errori incredibili – il diritto a non morire strangolato da un collare di ferro o affogato sotto le pale di un gommone. O anche nel silenzio, prima di nascere o stretto nella malattia senile, all’ombra di una legislazione che si pretende essere moderna: il discorso pronunciato alle Cortes, poco dopo l’incontro privato con il presidente del Governo, Sanchez, era nella sua chiarezza degno di un Giovanni Paolo II.
Così come degno di un viaggio di Bergoglio a Lampedusa sarà l’ultimo atto di questa visita, alle Canarie: estremo lembo oceanico della terra di Spagna, Europa là dove non è più Europa, porta d’accesso alla speranza per i disperati d’Africa. Che hanno dei doveri nei nostri confronti, ma così come noi ne abbiamo nei loro, a cominciare da una dignitosa accoglienza. E a loro a noi, agli spagnoli che per primi hanno avuto, tra tutti gli europei, il privilegio di ricevere la visita di Prevost, il Papa che non è latino, che non è europeo, manda a dire: sii bella bella, Spagna; sii bella, Europa. Il mondo ha ancora bisogno di voi.

