“Il 2025 è stato tosto per tutti noi, ma non preoccupatevi perché l’anno prossimo sarà molto peggio”. No, non è la classica declinazione della cosiddetta legge di Murphy (“Se qualcosa può andar male, lo farà”) applicata alla politica, ma la battuta con la quale la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha voluto salutare il 2025, lanciando lo sguardo all’anno in corso.
Definire un’esagerazione la battuta della premier è quanto mai legittimo, essendo dettata dalla cautela con quale l’inquilina di Palazzo Chigi ama procedere, ma che il 2026 non sarà un anno facile è altrettanto vero. Certo, già dalla prossima primavera l’Italia potrebbe uscire dalla procedura di infrazione UE per deficit eccessivo, ma c’è la necessità di arrivarci in piedi a quell’appuntamento, senza inciampare negli ostacoli insomma.
Per evitare che ciò accada c’è un altro obiettivo a cui guarda la leader di Fratelli d’Italia: se l’attuale governo, ad ora il terzo più longevo della Repubblica, resistesse fino al 4 settembre 2026, la premier toccherebbe quota 1.413 giorni consecutivi a Palazzo Chigi, infrangendo il record assoluto detenuto da Silvio Berlusconi con il suo secondo esecutivo (2001-2005). Quindi la stabilità come polizza di assicurazione da spendere con l’Europa, un contratto che la Ue non potrà non stipulare.
Il 2025, per la premier, è stato un anno sotto i riflettori soprattutto per il suo ruolo di mediatrice tra le due sponde dell’Atlantico su tanti dossier, dai dazi al Medio Oriente, ma soprattutto sulla guerra in Ucraina. In ogni occasione ha sempre cercato di tenere i leader UE uniti alla causa americana, spendendosi in prima persona per il rapporto di fiducia instaurato con Donald Trump. Tenendo la barra dritta anche sulla necessità che l’Italia e l’Europa si dotino di una capacità di difesa tale da non dover essere dipendenti da Washington. “La pace si difende anche con la capacità di difesa, io non ho mai accettato la narrazione di chi contrappone l’idea del pacifismo alle forze armate. La debolezza invita l’aggressore, la forza allontana l’aggressore”, il suo convincimento. E sarà proprio il tema delle spese militari a essere al centro dell’attenzione anche nel prossimo anno. Il 15 gennaio sono previste le comunicazioni del ministro della Difesa, Guido Crosetto, sul decreto che proroga gli aiuti a Kiev e il dossier delle armi sarà materia di confronto all’interno degli schieramenti di maggioranza e opposizione, con la possibilità che possano tornare a emergere distinguo nella Lega e nel Movimento 5 stelle.
Consolidati, invece, gli schieramenti sul fronte della giustizia: la sfida è sul referendum, dopo che sarà stabilita la data della consultazione sulla separazione delle carriere si accenderà lo scontro. Anche se la premier ha più volte messo a riparo il governo, ribadendo che l’esito del voto non pregiudicherà il percorso di questa fine legislatura. Ma è chiaro che si tratta per l’esecutivo di un tornante importante: “Se si vince il referendum riusciremo a fare facilmente anche le altre riforme. La strada per la vittoria alle Politiche sarebbe in discesa”, osserva un esponente di governo. Le altre partite decisive saranno quella sulla legge elettorale (con FdI intenzionato ad accelerare e a mettere sul tavolo il dossier già alla ripresa dei lavori parlamentari in modo che l’iter sul nuovo sistema di voto inizi entro l’estate), quella sull’autonomia differenziata e soprattutto il premierato.
Era considerata la “madre” di tutte le riforme ma per ora è uscita dai radar. L’intenzione di FdI è quella di rilanciarla, per approvarla a fine legislatura, ovvero prima della primavera del 2027. Anche perché, sul binario parallelo a quello del governo, corre il treno della coalizione di centrodestra e la stessa Meloni non può separare i destini. Giorgia arriva a palazzo Chigi dopo la stagione del governo Draghi, avendo avuto l’abilità di non contrastarlo sui fondamentali (la politica estera), approfittando alle urne del centrosinistra frammentato. In questi tre anni il Pil si è tenuto in piedi soprattutto grazie al Pnrr che si è ritrovato tra le mani (e che ha ampiamente revisionato). Ma dal secondo semestre del 2025 in poi la crescita italiana è rallentata, rispetto al resto dell’intera Europa. E pur tra mille evidenti contraddizioni nel 2027 Pd, M5s, Avs e Renzi correranno insieme, lo si è capito. Lo scenario dunque è diverso da quello di partenza. Per affrontarlo probabilmente non basteranno manovre «prudenti» e l’elogio della stabilità, ma concretezza e accordi forti di coalizione, tarati sulla legge elettorale.

