Editoriale

Lavoro e lavoratori: i due aspetti chiave per il futuro

I dati forniti dall’Istat sulla occupazione sono positivi ed accentuano altre indicazioni incoraggianti degli ultimi tempi. Nel mese di ottobre risultano 27 mila occupati in più rispetto al mese di settembre, e crescono le persone in cerca di lavoro prima non interessate ad entrare nel mercato del lavoro. Dunque questi occupati in più danno più forza ai numeri incoraggianti ottenuti dall’ottobre del 2022, che fanno giungere a 458 mila unità in più impiegati nelle attività lavorative ad un milione e mezzo in più dal gennaio 2021.

In sintesi si recuperano tutti i lavoratori persi durante la pandemia, ed anzi ne avanzano mezzo milione in più rispetto ai dati occupazionali dell’inizio del 2020 prima del Covid. Insomma ormai i lavoratori dipendenti raggiungono il dato più alto nell’ultimo decennio a circa 25 milioni. Dunque a prima vista i dati sembra molto positivi, e certamente lo sono. Soprattutto se si considera che questi indici si ottengono nel periodo della pandemia e della contrazione dei commerci e delle attività economiche, delle guerre, della crisi energetica, del rialzo dei tassi di interesse e della impennata inflativa. Ma occorre leggere il fenomeno con lenti molto diverse da quelle utilizzate nel passato se non vogliamo avere brutte sorprese occupazionali per i prossimi mesi.

La gelata demografica che ci colpisce, persino con più virulenza dei paesi nostri concorrenti, la emigrazione dei nostri giovani più istruiti, qualche milione di assistiti dal reddito di cittadinanza allontanati dal mercato del lavoro, ha spinto le aziende a raschiare il barile del patrimonio umano disponibile. Le varie attività produttive hanno potuto contare su qualche centinaio di migliaia di lavoratori autonomi che hanno abbandonato i loro laboratori, stretti come sono da tasse e penuria di commesse, di altre persone spinte dall’impoverimento delle loro famiglie che si sono rese disponibili al lavoro dipendente.

Si spiegano così i dati concomitanti dell’aumento percentuale dei tassi di attività sempre molto bassi in Italia, ed il sensibile aumento dei contratti a tempo indeterminato offerti dalle imprese per fidelizzare ed attrarre le professionalità ritenute più preziose. Ed allora sono principalmente due gli aspetti da considerare con più attenzione: rendere più appetibile il lavoro dipendente aumentando i salari soprattutto attraverso politiche di premio per la produttività ed incentivando la partecipazione dei lavoratori alle decisioni aziendali; azzerare il mismatch tra le esigenze delle aziende e la scarsa disponibilità di capitale umano altamente professionalizzato.

La rivoluzione digitale che ne ha generato immediatamente un’altra, la intelligenza artificiale, sta cambiando i modi di produrre e i modi di pensare ed agire dell’umanità. Ma la nostra education è sostanzialmente inchiodata al Novecento, così come le politiche attive del lavoro. Ed ecco perché la politica, i governi locali e centrali, sindacati ed imprese devono cambiare il loro modo di agire e pensare. Le competizioni politiche, le proteste e proposte del sociale, le azioni di governo devono guardare al futuro che finora non hanno voluto considerare per la sola ragione che trovano più facile indicare effimere soluzioni non faticose, invece di occuparsi delle impegnative sfide del futuro che richiedono rischi e pazienza per raggiungere gli obiettivi che la modernità ci chiede. Ma se vogliamo il benessere la strada non può che essere questa. Diversamente la nostra storia sarà segnata dalla decadenza.

Raffaele Bonanni

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