Gli ultimi dati disponibili mostrano che in Italia il livello di povertà è in crescita. In particolare, aumenta la fascia delle persone a rischio povertà, ovvero quelle che si collocano appena al di sopra della soglia critica e che vivono in una condizione di costante precarietà. Si tratta dell’8,2% delle famiglie, che si somma al 10,9% già ufficialmente classificato come povero dalle rilevazioni statistiche. Nel complesso, circa un nucleo su cinque si trova in una situazione di povertà o a rischio di scivolarvi.
L’area della vulnerabilità economica si è dunque ampliata e la povertà tende a diventare una presenza silenziosa e ordinaria nella vita quotidiana. Non sempre assume i tratti dell’emarginazione estrema e, proprio per questo, finisce per perdere visibilità pubblica. Le cifre, inoltre, non riescono a restituire fino in fondo la complessità delle difficoltà affrontate da milioni di famiglie: la riduzione della spesa alimentare, l’aumento dei costi dell’abitare – dalle rate condominiali alle bollette – le rinunce in ambito sanitario o nell’acquisto di farmaci sono aspetti che emergono solo in parte nelle statistiche, ma che incidono in modo significativo sulla qualità della vita e sulle prospettive future, soprattutto dei più giovani.
Tra le cause principali dell’impoverimento figurano salari troppo bassi, precarietà contrattuale e lavori discontinui. I dati più recenti indicano che oltre il 10% delle persone occupate è a rischio povertà, pari a circa 2,3-2,4 milioni di lavoratori: una quota superiore alla media europea. Ciò significa che l’occupazione non rappresenta più, di per sé, una garanzia di stabilità economica né assicura automaticamente condizioni di vita dignitose. Di fronte a un quadro in cui le molteplici forme di povertà sono difficili da intercettare, anche gli strumenti di contrasto mostrano limiti evidenti. Le politiche adottate negli ultimi anni hanno incontrato ostacoli nell’attuazione e si sono rivelate insufficienti. Il passaggio dal Reddito di cittadinanza all’Assegno di inclusione ha evidenziato criticità significative. La distinzione tra soggetti occupabili e non occupabili, insieme all’introduzione dell’Assegno di inclusione e del Supporto per la formazione e il lavoro, non ha prodotto finora gli effetti sperati, soprattutto a causa della durata limitata delle misure e degli importi non adeguati.
Per questo si torna a sottolineare l’esigenza di garantire un reddito minimo strutturale, capace di superare criteri rigidi e categoriali. La povertà non è una condizione statica, ma un percorso che prende forma nel tempo, alimentato da fragilità che non vengono affrontate in modo sistemico. Ignorare questa dimensione significa non intervenire sulle cause profonde che generano esclusione e vulnerabilità. Una grande democrazia non può permettersi di relegare in secondo piano la lotta alla povertà. Rendere visibili le situazioni che oggi restano nell’ombra e adottare strumenti adeguati non è solo una scelta di politica sociale, ma una responsabilità verso il futuro del Paese.

