Nell’uggiosa querelle che vede contrapposti quanti asseriscono essere Leone XIV l’affossatore del pontificato di Francesco e quanti sono sicuri dell’esatto contrario (né l’una né l’altra cosa, secondo noi), gli uni e gli altri troveranno conferma dei propri pregiudizi nell’apprendere del regalo fatto da Prevost a JD Vance. Non si tratta di tre ovetti al cioccolato, con tanto di cartellino con il prezzo, come Bergoglio fece il giorno di Pasqua ad un vicepresidente americano che troppo aveva detto, e troppo aveva insistito. Leone, al neoconvertito Vance, ha fatto trovare due opere di Sant’Agostino e con questo gesto ha mostrato una diversa considerazione dell’ospite. Ugualmente, se si pensa che lo scontro sui migranti occorso quando Francesco era ancora in vita scaturì da un’interpretazione quantomai azzardata data da Vance di un concetto agostiniano, allora il doppio cadeaux assume anche una lieve nota di “perfidia”. Studia Agostino, figliolo: ne hai bisogno.
La continuità e la diversità tra i due papi è tutta qui: il primo era dirompente, il secondo sussurratore. Non è detto che sussurrare sia meno efficace, dacché val più una parolina in un orecchio che cento urla scomposte. È l’arte della diplomazia. Leone, in questi pochi giorni di pontificato, ha dato prova di essere quel che qualcuno aveva visto bene fin dall’inizio. Media, ricuce, ammorbidisce. Se ha già dato segnali di comprensione nei confronti di una Curia un po’ maltrattata negli ultimi anni, questa sta rispondendo bene alla sollecitazione. Dietro gli incontri, vorticosi e delicatissimi, avuti a ridosso dell’intronizzazione si può intravedere l’opera raffinata della Segreteria di Stato.
Zelensky e Vance si guardano a mala pena in faccia ma entrambi hanno un lungo colloquio con il Papa. Trump dimentica lo scontro sui migranti e gli fa pervenire una lettera d’invito negli Stati Uniti. Zelensky, non sempre distintosi in questi anni per elasticità, conferma la volontà di cercare una soluzione che non sia basata sulle armi. La Russia al momento resta fuori da questo circolo virtuoso; anzi, richiama la delegazione perché il Papa chiede una pace equa giusta e duratura (vale a dire rispettosa dei dettami del diritto internazionale). Però la sua posizione diplomatica va indebolendosi in perfetta sintonia con lo stallo che inchioda sempre più l’avanzata di primavera in territorio ucraino. I tempi non sono ancora maturi per una svolta, non ci si illuda: a Istanbul è andato in scena un disastro negoziale. Ma intanto si va facendo chiarezza sui ruoli e sulle intenzioni ed è già tanto, quando si devono intavolare delle trattative.
Questa sembra essere la Chiesa di Prevost: non solo ospedale da campo per la consolazione degli afflitti, ma luogo persino fisico di mediazione ai massimi livelli. Lo dimostra una seconda distensione, quella in corso con Israele. Parlando del Medioriente il Pontefice ha, prima di ogni altra cosa, denunciato il dramma umanitario dei palestinesi. Poi, quasi disgiungendo il governo israeliano dal mondo ebraico, ha chiesto la fine dei malintesi con le comunità israelitiche. Così facendo è riuscito a trovare un interlocutore naturale in quella parte di Israele che non si riconosce nella politica dissennata di Netanyahu. Il quale Netanyahu adesso deve fare i conti con una situazione regionale in cui prima appariva il fulcro di ogni soluzione, mentre adesso deve temere che non scoppi la pace tra Usa e Iran. No, le soluzioni sono ancora lontane, la guerra mondiale a pezzi è ancora in corso, ma qualcosa pare iniziare a sbloccarsi. Non perdiamoci d’animo.

