Dopo ottocento anni dalla morte san Francesco resta il santo più amato da tutti. E’ uno dei santi più rappresentati nella letteratura, nella poesia, nella musica, nel teatro, nel cinema, ma è impresso nel cuore della gente. C’è un pittore fiammingo che lo rappresenta tra l’eremo e la città, perché il Serafico Padre ha saputo mettere insieme il silenzio e la parola, la solitudine e la fraternità, la preghiera e la carità concreta, la mistica e la missione. Francesco, piccolino, come lui si firmava, è un modello di vita umana e cristiana. Forse oggi manca lo stile francescano dalla politica alla chiesa? Lo stile francescano è la semplicità, l’umiltà, la perfetta letizia, il distacco dal potere, dai soldi, dai ruoli, dalle poltrone che logorano il cuore e la coscienza.
Tommaso da Celano, biografo del santo di Assisi, scrive: “Non era tanto un uomo che prega, quanto piuttosto egli stesso tutto trasformato in preghiera vivente”(FF 682). Le costituzione del mio ordine dei frati minori cappuccini dicono: “La preghiera a Dio, come respirazione di amore, nasce dalla mozione dello Spirito Santo, per cui l’uomo interiore si pone in ascolto della voce di Dio che parla al cuore”(n.45,1). Credo che noi francescani dobbiamo essere dei mistici dell’azione, degli oranti missionari, dei “contepplattivi” con due “t” come diceva il servo di Dio e vescovo Don Tonino Bello.
Dante Alighieri al Canto XI del Paradiso della Divina Commedia dipinge così il santo più amato al mondo: “fu tutto serafico in ardore”. San Bonaventura nella Leggenda maggiore scrive: “In lui l’incendio indomabile dell’amore per il buon Gesù si era sviluppato in vampe e fiamme di carità così forte, che le molte acque non potevano estinguerla. L’ardore serafico del desiderio, dunque, lo sopraelevava in Dio e un dolce sentimento di compassione lo trasformava in Colui che volle, per eccesso di carità, essere crocifisso. Un mattino, all’appressarsi della festa dell’Esaltazione della santa Croce, mentre pregava sul fianco del monte, vide un Serafino, con sei ali tanto infocate quanto luminose, discendere dalla sublimità dei cieli: esso, con rapidissimo volo, giunse vicino, librato nell’aria, all’uomo di Dio, e allora apparve tra le sue ali l’effigie di un uomo crocifisso, che aveva mani e piedi stesi in forma di croce e confitti alla croce. Due ali si alzavano sopra il suo capo, due si stendevano a volare e due velavano tutto il corpo. […] Scomparendo, la visione gli lasciò nel cuore un ardore mirabile e l’effigie di segni altrettanto meravigliosi lasciò impressa nella sua carne. Subito infatti, nelle sue mani e nei suoi piedi, incominciarono ad apparire segni di chiodi, come quelli che poco prima aveva osservato nell’immagine dell’uomo crocifisso”. (FF 1224-1226)
Francesco è povero di tutto, ma ricco della cosa necessaria: l’amore. Francesco è spoglio di tutto, ma è coperto da sorella Provvidenza e riscaldato da fratello sole.
La grande poetessa Alda Merini così canta il poverello:
“Io Francesco, sono diventato il giullare di dio,
ma il mio remoto cavallo,
quello che mi è morto a lato,
l’ho sempre sognato:
era una bestia piena di paura,
era il mio corpo.
L’ho lasciato morire all’ angolo delle strade,
e solo allora ho sentito
l’ignobile puzzo dei miei vizi,
della mia violenza.
Sono diventato il vertice della carità
perché Dio un giorno immeritatamente
si è chinato su di me
e mi ha baciato le mani.”

