Da sempre le guerre vengono combattute per motivi economici o strategici: per accaparrarsi l’accesso a risorse naturali o per controllare un territorio in una posizione particolare (si pensi a quanto sta avvenendo nello stretto di Hormuz). Tra le risorse strategiche, forse la più importante è l’acqua. Agricoltura, industria, produzione di energia elettrica, trasporti e la vita stessa delle persone, tutto dipende dall’acqua. Non sorprende, quindi, l’attenzione per i grandi bacini di acqua dolce, come fiumi e laghi. O il ricorso a enormi impianti per la desalinizzazione dell’acqua marina. Oltre il 60 per cento delle principali risorse idriche dolci è condiviso tra due o più paesi. Una situazione che riguarda 153 Stati. Eppure, solo 24 hanno firmato accordi di cooperazione in questo settore.
Nel 1995, Ismail Serageldin, funzionario della Banca Mondiale, disse: “Le guerre del prossimo secolo saranno combattute per l’acqua, a meno che non cambiamo il nostro approccio alla gestione di questa risorsa preziosa e vitale”.
L’acqua è legata alle guerre da millenni. I conflitti legati all’acqua e storicamente documentati sono migliaia. Il primo risalirebbe al 2500 a.C.: Urlama, re dell’antica città-Stato di Lagash, nella zona dell’attuale Iraq, fece deviare dei corsi d’acqua e lasciò a secco la città sumera di Unma. Da allora, le Guerre all’Acqua (titolo di un nostro libro pubblicato da Rosemberg & Sellier, nel 2016) sono state sempre più frequenti.
Da decenni, India e Bangladesh si contendono il controllo del Gange. Nel 1960, India e Pakistan firmarono il Trattato delle Acque dell’Indo, ma lo scorso anno nuove tensioni legate alla domanda crescente di acqua dolce e ad un attacco terroristico nella regione indiana del Kashmir, hanno portato il governo indiano a sospendere questo accordo. In Cina, nel 2000, la costruzione di dighe a monte dei fiumi Huang He e Yangtze hanno ridotto la loro portata e provocato la rivolta degli agricoltori. In Sud America, da decenni Bolivia e Cile si contendono le acque del Rio Lauca. Sempre in Bolivia, a Cochabamba, il tentativo di alcune multinazionali di privatizzare l’acqua ha scatenato rivolte popolari. Nel 1981 e nel 1995, per definire i confini lungo il fiume Cenepa, Ecuador e Perù sono arrivati allo scontro armato (centinaia i morti e 7mila gli sfollati). In Africa, nel 1996, lo sfruttamento del fiume Okavango è stato uno dei motivi degli scontri tra Namibia e Botswana. La decisione dell’Etiopia di costruire una diga sul Nilo per produrre energia elettrica ha causato problemi nei rapporti con l’Egitto. Il fiume Senegal è una delle cause del conflitto tra Senegal e Mauritania. Nella regione del Darfur, in Sudan, tra il deserto del Sahara e la più fertile savana, l’acqua è stata causa di scontri armati. Nell’ultimo periodo, la siccità ha causato la progressiva desertificazione dell’area e ha inasprito gli scontri tra agricoltori e pastori nomadi per l’accesso alle risorse idriche. Anche in Ucraina, l’acqua è stata usata come arma o bersaglio nella guerra contro la Russia.
Da sempre, però, è il Medio Oriente la regione dove sono più numerose le guerre per l’acqua. Nel 1967, durante la guerra dei sei giorni, Israele si appropriò delle risorse idriche del Golan e della Cisgiordania lasciando ai palestinesi solo le briciole, anzi, le gocce. Più di recente, il 9 ottobre 2024, nell’ambito dell’offensiva militare sulla Striscia di Gaza, il ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant ha ordinato il “blocco totale” che comprendeva impedire l’accesso all’acqua. Oggi, la quantità media a disposizione delle persone nella Striscia di Gaza è di qualche litro al giorno.
Nel 2008, persino l’Organizzazione delle Nazioni Unite ha riconosciuto che molte guerre sono legate all’acqua. Nel 2018, l’UNICEF ha presentato un rapporto dal titolo Water Under Fire nel quale parlava di 210 milioni di bambini privi di accesso all’acqua potabile in aree colpite da conflitti armati. “La carenza d’acqua non solo alimenta le tensioni geopolitiche, ma rappresenta anche una minaccia per i diritti fondamentali nel loro insieme, ad esempio, minando notevolmente la posizione di ragazze e donne”, ha dichiarato la presidente dell’UNESCO, Audrey Azoulay.
Tutto inutile: nel 2025, il Dipartimento per gli Affari Economici e Sociali delle Nazioni Unite ha pubblicato un nuovo rapporto nel quale si parla di due terzi della popolazione mondiale in condizioni di “stress idrico” e di quasi due miliardi di persone che soffrono per scarsità d’acqua. Viviamo in un’era di “bancarotta idrica”. Questo ha reso ancora di più l’acqua un obiettivo strategico.
Nei paesi del Golfo Persico l’acqua vale più del petrolio. La sopravvivenza delle persone (e dell’economia) dipende quasi interamente dagli impianti di desalinizzazione. In Qatar, questi impianti coprono il 77,3 per cento del fabbisogno idrico totale e il 99 per cento di quello di acqua potabile. Situazione analoga in Bahrein (67 per cento e il 90 per cento). In questa regione sono presenti quasi 450 impianti di desalinizzazione. Tutti fondamentali per la sopravvivenza. E tutti potenziali obiettivi in caso di guerra. Nei primi giorni del conflitto tra Iran, Stati Uniti e Israele, la centrale idrica ed elettrica Fujairah negli Emirati Arabi Uniti e la centrale idroelettrica di Doha West in Kuwait sono state colpite da missili e droni. Il 7 marzo, un raid aereo (secondo l’Iran, guidato dagli Stati Uniti) avrebbe colpito un impianto di desalinizzazione dell’isola di Qeshm, avamposto iraniano nello stretto di Hormuz. In l’Iran, la gestione dell’acqua è rilevante anche dal punto di vista politico. Da oltre sei anni, il paese è alle prese con una grave siccità. Molte delle recenti manifestazioni popolari di cui hanno parlato i media occidentali in realtà erano legate all’acqua.
L’acqua è essenziale per garantire stabilità interna. Secondo il Pacific Institute, think tank con sede in California, nell’ultimo periodo gli episodi violenti legati all’acqua sono aumentati esponenzialmente (nel 2023 sono stati il 50 per cento in più rispetto al 2022). In un mondo dove il ricorso alla guerra è sempre più frequente, dove molti leader sembrano non voler ascoltare gli appelli alla Pace di Papa Leone, l’acqua non è più fonte di vita ma causa di guerre e morte.

