La vera pace non si costruisce solo con la fine momentanea delle ostilità: essa nasce dalla conversione del cuore e dalla volontà di riconoscere l’altro come fratello. I cristiani sono chiamati a un ruolo insostituibile. La pace non è un’opzione accessoria del Vangelo, ma il suo cuore pulsante. Gesù chiama i suoi discepoli a essere “operatori di pace“. Il cristiano deve essere testimone della via del perdono, della riconciliazione, del rispetto reciproco. Questo non significa ingenuità, ma profezia. Devono avere il coraggio di alzare la voce, anche quando è scomodo, per denunciare l’ingiustizia e invocare vie diplomatiche e nonviolente di risoluzione dei conflitti. Devono essere ponti viventi tra i popoli, in una logica di fraternità universale.
La Chiesa cattolica, quindi, ha un compito educativo e testimoniale di straordinaria importanza. Pacifismo non significa passività, ma impegno attivo per la giustizia e per la difesa della dignità umana senza esitazione. Le parrocchie, le scuole cattoliche, i movimenti e le associazioni laicali possono formare coscienze critiche, promuovere la cultura del dialogo, sostenere iniziative di cooperazione internazionale e assistenza ai profughi, senza mai dimenticare la dimensione spirituale. Pensiamo all’esempio di San Francesco d’Assisi, che durante le Crociate, nel 1219, volle incontrare il sultano d’Egitto al-Malik al-Kamil. Non si recò da lui con un atteggiamento di conquista o di superiorità, ma con spirito di dialogo, fraternità e pace. Quell’incontro, pur senza risultati immediati, resta una testimonianza di ciò che i cristiani possono e devono fare: abbattere le barriere della paura e del pregiudizio per cercare, nell’altro, un volto da amare.
La fragile tregua che si sta cercando di costruire in Medio Oriente dovrebbe essere l’inizio di un processo duraturo di pace, che coinvolga non solo i leader politici, ma anche le comunità religiose, le famiglie, le nuove generazioni. Il Medio Oriente dovrebbe tornare ad essere un luogo dove i bambini possano tornare a crescere senza il suono delle sirene, dove le differenze religiose e culturali siano ricchezza e non minaccia, dove il perdono vinca sulla vendetta. I cristiani non dovrebbero stancarsi mai di essere “artigiani di pace“, nella concretezza del vivere quotidiano, nella vicinanza ai poveri, nel dialogo interreligioso, nella preghiera e nel servizio. Solo così, passo dopo passo, si potranno disarmare le mani e le coscienze, e far germogliare, anche tra le macerie, i semi di una pace vera e duratura.
Vorrei ad esempio che, in Medio Oriente, Israele, doni ai Paesi confinanti le proprie tecniche di agricoltura avanzata, affrontando la scarsità d’acqua con la desalinizzazione e l’irrigazione a goccia, con l’obiettivo di permettere a tutti un’alimentazione quotidiana sufficiente e sana. Così facendo, si allontanerebbe per sempre lo spettro della fame e della guerra e si getterebbero le fondamenta per un avvenire di fraternità.

