“La pace si costruisce nel cuore e a partire dal cuore, sradicando l’orgoglio e le rivendicazioni, e misurando il linguaggio, poiché si può ferire e uccidere anche con le parole, non solo con le armi”, insegna Leone XIV. Il Giubileo della speranza sollecita la cancellazione o la gestione sostenibile del debito internazionale degli Stati più poveri. E l’adozione di politiche di cooperazione che, anziché piegarsi alla dittatura delle ideologie, rispettino i valori delle popolazioni e il diritto fondamentale ed inalienabile alla vita.
Celebrare la ricorrenza di San Francesco significa onorare l’autentica vocazione di pace che gli uomini e le donne di buona volontà sono chiamati a testimoniare. Il poverello di Assisi resta impresso nel cuore della famiglia umana e, come nel passato, si riafferma la possente santità di questo “alter Christus” come lo definì papa Bonifacio, tanto amato da tutti e da ciascuno al di là dell’appartenenza religiosa. San Francesco continua ad essere un riferimento centrale, un faro luminoso della cristianità e per la Chiesa è costante fonte di ispirazione spirituale. Nel suo nome tanti giovani nel mondo scelgono la via del francescanesimo e così i suoi insegnamenti provocano l’anelito ad innamorarsi di Cristo e del Vangelo.
Il cammino della pace diventa in questo modo centrale nella cittadella di Assisi ormai divenuta un crocevia planetario di tanti appelli, preghiere e incontri internazionali dove le differenze parlano l’unica lingua della concordia e della condivisione tra i popoli. San Francesco lascia ai suoi discepoli odierni la grande responsabilità di essere testimoni credibili del messaggio evangelico recuperando il cuore della vita e delle opere del santo. Intanto il Magistero pontificio esorta, coerentemente con l’esempio del Poverello, a non perdere la speranza nella capacità dell’uomo, con la grazia di Dio, di superare il male e a non abbandonarsi alla rassegnazione e all’indifferenza. Non possiamo permetterci la rassegnazione e ad avere l’ultima parola non possono essere le guerre e le azioni terroristiche, con le loro tragiche conseguenze, le persecuzioni per motivi etnici o religiosi, le prevaricazioni.
La lezione francescana costituisce un umile ma indomabile incoraggiamento alla capacità dell’umanità di agire insieme in solidarietà, nel riconoscimento della propria interconnessione e interdipendenza, avendo a cuore i membri più fragili e la salvaguardia del bene comune. “L’atteggiamento di corresponsabilità solidale è alla radice della vocazione fondamentale alla fratellanza e alla vita comune- sosteneva papa Francesco-. La dignità e le relazioni interpersonali ci costituiscono in quanto esseri umani, voluti da Dio a sua immagine e somiglianza”. La prima verità della Chiesa, infatti, è l’amore di Cristo. Nelle nostre parrocchie, nelle comunità, nelle associazioni e nei movimenti, insomma, dovunque vi sono dei cristiani, chiunque deve poter trovare un’oasi di misericordia.
Il messaggio di San Francesco deve risuonare come un monito attualissimo ai responsabili degli Stati richiamandoli a riannodare relazioni con gli altri popoli, permettendo a tutti un’effettiva partecipazione e inclusione alla vita della comunità internazionale. Tutti i pontificati dell’ultimo travagliato secolo perpetuano l’appello ad astenersi dal trascinare gli altri popoli in conflitti o guerre che ne distruggono non solo le ricchezze materiali, culturali e sociali, ma anche l’integrità morale e spirituale.
Il Servo di Dio don Oreste Benzi non si stancava di ribadire che ogni uomo di buona volontà ha la possibilità concreta di costruire la pace e che per farlo è necessario sviluppare la coscienza comunitaria attraverso una regola d’oro: “Il bene che voglio per me lo devo anche volere per gli altri, il male che non voglio per me non lo devo volere neppure per gli altri”.

