La siccità e i planetary boundaries

Crisi idrica. Foto di Najim Kurfi: https://www.pexels.com/it-it/foto/donna-che-raccoglie-l-acqua-dal-pozzo-in-una-regione-arida-35691541/

Nel 2016, con alcuni amici, scrissi un libro dal titolo Guerra all’Acqua (ed. Rosenberge&Sellier) nel quale parlavo di come la risorsa “acqua” fosse da sempre una criticità. Al punto da rischiare di scatenare conflitti armati. Durante la presentazione del libro, uno dei relatori invitati a partecipare sorprese tutti dicendo che, in realtà, la situazione non era poi così grave (almeno stando a certi dati). Oggi, le stesse fonti confermano che avevamo ragione noi: siamo in piena crisi idrica. In Italia e nel resto del pianeta. A ribadirlo anche il rapporto pubblicato all’inizio del 2026 dall’Istituto per l’Acqua, l’Ambiente e la Salute delle NU, guidato da Kaveh Madani.

Secondo gli autori del documento, il mondo è entrato nell’era della bancarotta idrica globale. Una situazione in cui l’uso e l’inquinamento delle fonti d’acqua hanno superato le possibilità di rinnovamento naturale. Una situazione che richiede un ripensamento radicale dei sistemi di gestione di questa risorsa. “Molte regioni stanno vivendo al di sopra delle loro possibilità idrologiche e molti sistemi idrici critici sono già in bancarotta”, ha detto Madani. I bacini idrici più grandi e le zone umide si stiano rapidamente riducendo: più della metà dei grandi laghi del mondo ha perso acqua dall’inizio degli anni Novanta. In mezzo secolo l’umanità ha perso circa 410 milioni di ettari di zone umide naturali. Un esempio per tutti: il Mar Caspio, il più grande specchio d’acqua dolce interno, si sta restringendo. Non “fluttua”: non si restringe e si allarga come in una sorta di ciclo naturale. Semplicemente, diventa sempre più piccolo ogni anno che passa. L’attività umana e la deviazione dei fiumi, insieme al cambiamento climatico, hanno ridotto il Mar Caspio di un’area pari alla Sicilia.

Non si tratta di stime o previsioni basate su chissà quali modelli matematici. Né di qualcosa che avviene lontano da noi geograficamente. È una realtà sotto i nostri occhi (anche se qualcuno finge di non vederla). Gli ultimi dati ISPRA parlano di severità idrica in diverse zone del Piemonte, dove si registrano riduzioni significative della disponibilità idrica a fini irrigui (con sospensione totale dei prelievi in alcuni comprensori), in Emilia-Romagna e in Veneto. In alcune zone è stato necessario attivare misure di contenimento e di allerta. Anche i grandi laghi italiani stanno subendo rapide perdite di volume: il Lago Maggiore è in sensibile decremento e così il Lago di Garda, per la riduzione degli afflussi. Particolarmente delicata risulta anche la situazione del delta del Po: qui è stata addirittura registrata una risalita dell’intrusione salina. Ben peggiore la situazione in alcune aree della Puglia e della Sicilia dove è concreto il rischio desertificazione.

Dati che confermano che i cambiamenti climatici in atto hanno già oggi conseguenze alle quali non sarà facile far fronte. Secondo il rapporto ONU, il 70% delle principali falde acquifere mondiali mostra un declino a lungo termine. Questo non può non avere conseguenze sulla popolazione: “Circa 2,2 miliardi di persone non dispongono ancora di acqua potabile gestita in modo sicuro, 3,5 miliardi non dispongono di servizi igienico-sanitari facilmente utilizzabili e quasi metà della popolazione mondiale deve far fronte con una grave scarsità d’acqua per almeno un mese all’anno”, dice Madani. A confermare la gravità della situazione anche Eva Alessi, Responsabile Sostenibilità del WWF Italia che parla di “bancarotta idrica globale”. La conferma, per chi non voleva crederci, che anche l’accesso a fonti di acqua dolce ha superato i planetary boundaries (i limiti del pianeta).

Il problema non è semplicemente la scarsità di questa risorsa primaria (che – è bene ricordarlo a chi vorrebbe farne oggetto di scambi borsistici – è un diritto universale e naturale riconosciuto dall’articolo 3 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, oltre che dalla Costituzione italiana). Ormai è in atto “una crisi strutturale di sovra-consumo e degrado”. “I prelievi superano la capacità di rigenerazione del ciclo idrologico e, parallelamente, la qualità delle acque viene compromessa da inquinamento diffuso, perdita di zone umide e artificializzazione dei bacini. Il declino a lungo termine di circa il 70% delle principali falde acquifere mondiali è un segnale inequivocabile di un consumo di capitale naturale non rinnovabile su scala umana”.

La degradazione di fiumi, laghi e zone umide riduce la capacità degli ecosistemi di regolare il clima e fornire servizi ecosistemici essenziali, amplificando instabilità dei sistemi alimentari, disuguaglianze sociali e rischi per la salute umana. L’agricoltura è al tempo stesso corresponsabile del consumo eccessivo di risorse di acqua dolce (è responsabile di circa il 70% dei prelievi globali) e vittima della riduzione delle risorse. “Modelli produttivi ad alta intensità idrica, monocolture e sprechi lungo la filiera alimentare stanno erodendo la resilienza degli ecosistemi e mettendo a rischio la sicurezza alimentare globale” ha detto la Alessi. Per decenni, il ricorso a metodi di coltivazione intensiva è stato presentato come una soluzione al problema della fame nel mondo. I dati confermano che nei paesi più poveri milioni di persone continuano a morire di fame.

Un terzo delle nazioni del Sud globale è intrappolato in una triplice crisi di scarsa qualità dell’acqua, alta povertà e disuguaglianza di genere, rivela un rapporto dell’UNU. Al contrario, gli utili delle multinazionali del cibo crescono anno dopo anno. E i danni provocati all’ambiente si fanno sempre più evidenti. “Global Water Bankruptcy: Living Beyond Our Hydrological Means in the Post-Crisis Era” sostiene che i termini “water stressed” e “water crisis” non sono più sufficienti per descrivere la realtà odierna. Dei paesi analizzati nel rapporto Water Quality: A Mirror and Amplifier of Structural Injustices and Social Injustice, 74 (ovvero il 54%) non rispettano gli standard di sicurezza di base per l’acqua potabile e 84 (il 61%) si trovano ad affrontare una combinazione di acqua potabile insicura o di scarsa qualità, risorse finanziarie limitate per investire nei servizi idrici e infrastrutture e disuguaglianze di genere. Water Quality: A Mirror and Amplifier of Structural Injustices and Social Injustice Sfide “sovrapposte” che colpiscono circa 2 miliardi di persone. Di queste quasi una su quattro vive nel Sud globale. Anche paesi sviluppati, come l’Italia, dove si trovano a dover far fronte ad una situazione segnata da perdite irreversibili del patrimonio idrico naturale.

Tutti dati che rivelano una verità scomoda: molte regioni vivono oltre le proprie capacità idrologiche. E mentre c’è chi scherza sui cambiamenti climatici, i numeri parlano di un “fallimento sociale. La qualità dell’acqua evidenzia chi è protetto dai sistemi e chi deve cavarsela da solo”, ha detto la professoressa Grace Oluwasanya, ricercatrice senior presso UNU-INWEH. “Tubature e impianti di trattamento contano, ma non bastano. La tecnologia da sola non risolverà la crisi idrica. Senza affrontare le disuguaglianze, gli investimenti idrici continueranno a lasciare milioni di persone”, ha detto il professor Oluwasanya.

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