La Pasqua come ponte fra cielo e terra

Foto: Vatican News

Noi cristiani dovremmo chiederci quanto crediamo alle parole di Gesù ogni volta che ci troviamo di fronte alle scelte di tutti i giorni, che ci avviano sulla via della vita o su quella della morte. I sacramenti ci aiutano a vivere una morale pasquale attraverso una fede più matura, una carità più operosa una speranza più ardente. Cristo è sempre al centro della nostra vita: non per eliminare la prova, ma per farcela accettare nella nuova prospettiva del sacrificio offerto per amore. Sostenuti da questa speranza, noi cammineremo sempre con coraggio, serenità e gioia sulla via della vita, nella certezza che essa ci conduce alla casa del Padre.

La fede in Cristo Risorto è il fondamento della nostra speranza nella risurrezione dei morti e nella vita eterna. Gesù Cristo ha pianto per Lazzaro, suo amico carissimo e l’ha risuscitato, ma solo per la vita terrena: anni dopo infatti, Lazzaro doveva morire di nuovo. Cristo ha pianto anche per noi, ma piangendo, e morendo, ci ha dato una nuova vita non solo per adesso, ma per sempre. La resurrezione di Cristo non è uno svegliarsi da un coma profondo e un ritorno provvisorio, ma l’inizio di una nuova dimensione della realtà che si apre a vita profondamente nuova e getta una luce nuova non solo sulla figura di Gesù di Nazareth ma anche sulla nostra vita, sul nostro presente e sul nostro futuro. Noi cristiani celebrando la Pasqua di Cristo siamo custodi di un gigantesco segreto: c’è una sola persona che ha attraversato il tunnel buio della morte e che, risorgendo dai morti, è venuto a dirci che la morte è stata vinta.

La risurrezione di Cristo segna la sua vittoria sulla morte. Questa certezza è all’origine della speranza cristiana. San Paolo afferma “Se Cristo non è risorto, vana è la vostra fede” (1Cor 15,17). Rifacendosi a questo testo il filosofo Ludwig Wittgenstein afferma: “Se non è risorto si è putrefatto nella tomba come ogni uomo. Allora è morto e putrefatto. Allora è un maestro, come qualsiasi altro, e non può essere d’aiuto; e noi siamo di nuovo in esilio, soli. E possiamo accontentarci della sapienza e della speculazione. Siamo per così dire un inferno dove possiamo soltanto sognare, separati dal cielo come da un soffitto. Ma se devo essere veramente redento allora ho bisogno di certezza non di sapienza, sogni, speculazione e questa certezza è la fede. Forse si può dire: soltanto l’amore che redime crede anche alla resurrezione; persevera nel credere anche in essa”. La Pasqua è l’avvenimento centrale della nostra fede che coinvolge tutti i cristiani aldilà di ogni differenza confessionale.

Il teologo ortodosso russo P. Florenskij, fucilato l’8 dicembre 1937, disse: “Nel fluire confuso degli avvenimenti, si è ritrovato un centro, si è rivelato il punto d’appoggio: Cristo è risorto! Se il Figlio di Dio non fosse risorto, allora tutto il mondo sarebbe divenuto completamente assurdo è allora il tesoro più prezioso si sarebbe definitivamente bruciato e la bellezza sarebbe irrevocabilmente morta, allora il ponte fra la terra e il cielo sarebbe crollato per l’eternità. E noi saremmo rimasti senza nessuno dei due, perché non avremmo conosciuto il cielo e non avremmo potuto difenderci dalla distruzione della terra”. Il pastore evangelico D. Bonhoeffer, nel 1944 in una sua lettera dal carcere, prima di essere giustiziato, scrive che “la risurrezione di Cristo è il vero ‘punto d’Archimede’ a partire dal quale è possibile sollevare il mondo”.

“Se Cristo non è risorto, il punto d’appoggio che regge tutta la nostra vita vacilla e tutto si infrange; la nostra vita declina verso il non senso. Ogni discorso che ha per oggetto Dio è illusorio, ogni speranza evanescente”. Ha detto Benedetto XVI:”La risurrezione di Cristo è l’approdo verso una vita non più sottomessa alla caducità del tempo, una vita immersa nell’eternità di Dio. Nella risurrezione di Gesù inizia una nuova condizione dell’essere uomini, che illumina e trasforma il nostro cammino di ogni giorno e apre un futuro qualitativamente diverso e nuovo per l’intera umanità”. La certezza della vittoria di Cristo sulla morte è proclamata dalla liturgia pasquale: “Morte e Vita si sono affrontate in un prodigioso duello. Il Signore della vita era morto; ma ora, vivo, trionfa”.

Se si tratta di una notizia falsa noi cristiani siamo degli impostori, ma se si tratta di una bella notizia vera e reale allora ha senso scambiarci gli auguri di Buona Pasqua. Gesù, risuscitando Lazzaro, si rivela come il Signore della vita. Di fronte a Gesù che si presenta come la risurrezione e la vita bisogna che noi siamo capaci di lasciarci salvare, di lasciarci dare vita, di convincerci che la morte corporale non è la fine di tutto, che Gesù ha aperto quella porta una volta per tutte e da quella porta anche noi possiamo passare senza danno. Al di là, perciò, dell’esperienza lacerante della morte, l’unica realtà che sembra vera e definitiva per gli uomini, noi siamo invitati a vedere la vittoria di Cristo, il suo amore che salva l’uomo. Gesù è l’unico che davanti alla morte dell’amico continua a sperare. La risurrezione di Lazzaro, non è soltanto simbolo della risurrezione futura, ma è anche segno di un dono che il Signore Gesù già ora fa a chi crede. La “vita eterna” il credente la possiede già fin d’ora in attesa dell’esplosione e maturazione finale di tale vita. Già adesso, nel presente, Gesù è per tutti i credenti quella vita divina, ineffabile, eterna che non morirà mai.

Il grido con cui Gesù chiama Lazzaro “vieni fuori” è anche la voce di colui che già ora chiama i morti spiritualmente a risorgere e vivere. Non è solo un invito a ciascuno perché esca dalla tomba del proprio egoismo, torpore, grettezza, disperazione. Ma è anche parola efficace che libera realmente e dona di gustare il sapore della vita vera, perché la vita è Lui. In questo episodio Gesù ci si manifesta come vero uomo e vero Dio. Gesù, vero uomo, ha coltivato l’amicizia e si è commosso ed ha pianto sulla tomba dell’amico Lazzaro. Questo pianto, così umano ci mostra la reazione di Dio di fronte al nostro dolore e alla nostra morte. Egli non resta freddo e indifferente, ma si commuove, sente profondamente il dolore di questa nostra situazione segnata dalla sofferenza e dalla morte. Anche noi cristiani membri della comunità ecclesiale siamo chiamati a piangere con chi piange e a gioire con chi gioisce. Gesù, figlio di Dio, ha ridato la vita terrena a Lazzaro. Con la potenza della sua parola lo richiama alla vita terrena. Anche la Chiesa è chiamata a dare attraverso i sacramenti la grazia a chi l’ha perduta. Gesù ci dice che nessuna situazione, per quanto negativa, ci potrà mai separare dall’amore di Dio manifestato in Gesù. Questo amore è più forte di ogni altra realtà negativa e ci raggiunge in ogni situazione. Da parte nostra, come battezzati, ogni giorno siamo chiamati a morire con Gesù per risuscitare insieme a lui, ad avere sempre più in noi la vita nuova che è il dono del crocifisso risorto. Questa vita è nata in noi nel Battesimo e rinasce ogni volta nel Sacramento della Riconciliazione. Non possiamo non essere felici: in ciascuno di noi è la Vita, cioè Cristo stesso. Ma occorre credere. La fede è l’unica condizione che Gesù pone a Marta: ”Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me , non morirà in eterno”.

Notiamo la successione delle due parole «Io sono la Risurrezione e la vita». Prima viene la Risurrezione, poi la vita, e non viceversa. Risurrezione è un’esperienza che interessa prima di tutto il nostro presente e non solo il nostro futuro. A risorgere sono chiamati i vivi, noi, prima che i morti: a svegliarci e rialzarci da tutte le vite spente e immobili, addormentate e inutili; a fare cose che rimangano per sempre: Da morti che eravamo ci ha fatti rivivere con Cristo, con lui risuscitati (Efesini 2,5-6). Il grido di Marta: “Io credo che tu sei il Cristo, il figlio di Dio”, definisce perfettamente quello che è la fede cristiana: non la semplice adesione ad un insegnamento, ma l’attaccamento di tutto l’essere alla persona vivente di Gesù Cristo. Anche noi come Marta siamo tanto legati alle cose della terra e crediamo nel Signore, ma con una fede che rimanda tutto all’ultimo giorno, che non ci sconvolge la vita qui e ora, che non ci lascia veramente capire che cosa vuol dire vita e che cosa vuol dire morte.

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