La pace è il metodo di Dio

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Placare i cuori dei singoli per riportare pace nella collettività. La guerra non è un’emergenza dell’ultima ora ma una ricorrente tentazione diabolica che alberga nell’animo umano. Il Servo di Dio don Oreste Benzi non si stancava mai di ripetere che “ogni uomo di buona volontà ha la possibilità concreta di costruire la pace qui e adesso, eliminando i conflitti quotidiani”. Lo sviluppo integrale dei popoli è quindi il nuovo nome della pace. Il racconto di Caino e Abele insegna che l’umanità porta inscritta in sé una vocazione alla fraternità ma anche la possibilità drammatica del suo tradimento. Lo testimonia tragicamente l’egoismo quotidiano che è alla base di tante guerre e tante ingiustizie.

I popoli hanno bisogno di pace: chi li ama veramente, lavora per la pace”, insegna Leone XIV. Il “metodo di Dio” consiste secondo il Papa figlio spirituale di Sant’Agostino nel far prevalere il riavvicinamento tra lontani e la pacificazione dell’odio attraverso la debolezza e la fragilità delle creature umane. In un mondo sempre più diviso e insanguinato dalle guerre, Robert Francis Prevost indica la “exit strategy” di un cammino comune che prosegua e si intensifichi ovunque senza mai escludere la ricerca di originali vie di dialogo e di nuovi mezzi per una solida pace. Nessuno si salva da solo: realizzare condizioni di riconciliazione e stabilità tra i popoli è quindi la risposta necessaria all’escalation bellica. La prosperità, il progresso, la sicurezza di ciascuno, infatti, sono strettamente legati a quelli di tutti.

Dal Concilio Vaticano II ad oggi il Magistero pontificio avverte che finché ci sarà una così grande quantità di armamenti in circolazione si potranno sempre trovare nuovi pretesti per avviare le ostilità. Documenti passati alla storia come la “Populorum progressio” di Paolo VI e la “Sollicitudo rei socialis” di Giovanni Paolo II hanno individuato nella condivisione il fondamento della pace poiché pretendere di imporre ad altri con la violenza quella che si ritiene essere la verità, significa violare la dignità dell’essere umano e, in definitiva, fare oltraggio a Dio, di cui egli è immagine. “Molti uomini e donne muoiono per mano di fratelli e di sorelle che non sanno riconoscersi tali, cioè uniti da reciprocità, comunione, dono”, sottolineava papa Francesco. La pace non è semplice assenza di guerra ma convivenza di individui in una società governata dalla giustizia.

Per far tacere il fragore delle armi nell’Europa orientale, in Medio Oriente e nelle decine di conflitti dimenticati nel sud del mondo vanno coltivate relazioni feconde e sincere. Serve il coraggio di imboccare le strade del perdono e della riconciliazione, dimostrando trasparenza nelle trattative e fedeltà alla parola data. Senza ricostruire un terreno di fiducia non è possibile la pace “giusta e duratura” invocata da Leone XIV. Occorre ristabilire la centralità del diritto internazionale umanitario come esigenza che promana dalla verità della pace.

Ecco un dovere per tutti i popoli e un rimedio allo “spirito di Caino” capace di fronteggiare i mutevoli scenari degli odierni conflitti armati. Sant’Agostino ha descritto la pace come “tranquillitas ordinis” (la tranquillità dell’ordine), vale a dire quella situazione che permette di rispettare e realizzare appieno la verità dell’uomo. La costituzione pastorale “Gaudium et spes” ribadisce che non diventa tutto lecito tra le parti in conflitto quando la guerra è ormai disgraziatamente scoppiata. “La libertà senza la possibilità di vivere in pace non è vera libertà”, disse Nelson Mandela ricevendo il premio Nobel. Oggi più che mai la pace è il volto di Dio.

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don Aldo Buonaiuto
don Aldo Buonaiuto
Fondatore e direttore editoriale di In Terris, è un sacerdote della Comunità Papa Giovanni XXIII. Da anni è impegnato nella lotta contro la prostituzione schiavizzata

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