La pace concessa

Foto di hosny salah da Pixabay

A Gaza hanno fatto un deserto, ora lo vogliono chiamare pace. L’immagine che meglio rappresenta lo stato attuale delle cose è quella dell’umanità dolente che rientra in città dopo che i muri delle case sono stati abbattuti: biblica, biblicamente terribile.

Tra poche ore molti grandi della Terra si vedranno al Cairo, pronti a cogliere i dividendi della pace. Probabilmente sarà una magnifica illusione: i nodi sono giunti al pettine, ma non sono stati sciolti. I presupposti che hanno portato al 7 Ottobre sono ancora tutti validi o quasi. Resta il sollievo – autentico, innegabile, umanissimo – per la fine delle carneficine e per il ritorno degli ostaggi in Israele. Loro e le vittime innocenti della guerra voluta dal governo Netanyahu meritano tutto l’affetto, la vicinanza, il riconoscimento di una pari dignità negata e oltraggiata. Grazie al cielo, pare che sia finita: non torni più quello che è appena cessato. Ma, ripetiamolo, sono molti gli elementi che inducono a frenare gli entusiasmi eccessivi.

Il primo è che i principali responsabili di quello che è successo sono ancora ai loro posti. Hamas alla fine non è stata sradicata, nonostante le promesse di Netanyahu. Questi alla fine ha dovuto venire a patti con il nemico e, così facendo, ne ha in fondo riconosciuto l’esistenza ed il ruolo. Vale a dire: esattamente il contrario dell’obiettivo dei Carri di Gedeone. Se poi questa guerra – lo hanno detto e scritto in molti –  aveva molto a che vedere con la necessità del premier di salvare il proprio destino politico personale, allora non c’è di che aspettarsi molto per il futuro. La necessità di schivare i processi e salvare il proprio ruolo pubblico non lasciano molte chances alla causa della pace.

Molto simile la posizione di Hamas: sconfitta militarmente, deve la propria salvezza all’urgenza di Donald Trump di portare finalmente a casa un successo politico, dopo tanti proclami e pochi risultati. Consegnerà le armi, se ne terrà probabilmente molte ben nascoste in fondo al cassetto. Ora è – giustamente, inevitabilmente – invisa alla quasi totalità dei palestinesi di Gaza, ma bisogna ancora capire quale sarà la reazione dei Gazawi alla vista delle distruzioni operate dalle forze armate di Tel Aviv. L’odio è facile da dirottare da un obiettivo all’altro, essendo per sua stessa natura cieco. La propaganda farà la sua parte e i suoi frutti potrebbero farsi sentire anche dopo l’eventuale creazione sul litorale della Striscia di una Atlantic City come la immaginano Trump, Kushner e Tony Blair.

Il ruolo di Trump merita una riflessione a parte. È innegabile, innanzitutto, che il suo aver forzato la mano a Netanyahu sia stata opera meritoria. Chiunque abbia un minimo di raziocinio non può che essergliene grato. L’abbia fatto nella vana speranza di ottenere il Nobel, l’abbia fatto per più nobili cause poco importa: lo Spirito soffia dove vuole e di vite ne ha risparmiate molte da una parte e dall’altra.

La sua però, sempre che sia pace e non solo temporanea tregua, è pace concessa, pace ottriata. Ottenuta cioè in virtù della magnanimità di un potente che non per vittoria del diritto e della diplomazia. Una pace, insomma, a dispetto di quel multilateralismo che è stato per ottant’anni l’approccio alla base delle relazioni internazionali, quello che ci ha permesso una serena convivenza dai tempi dei nostri nonni. Una pax romana, insomma, che deve la sua tenuta più ai destini personali di chi l’ha imposta che non alla sua intrinseca natura, con tutte le debolezze che questo implica. Ben venga la pace, sotto ogni forma. Ma che sia duratura, questo è un altro discorso.

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