La necessità di una nuova etica del debito globale

Quando Innocenzo III lanciò nel 1300 il primo giubileo cristiano diede un’interpretazione spirituale della tradizione degli antichi ebrei di celebrare ogni 50 anni una festa di riposo e restituzione delle terre ai primitivi proprietari che le avevano perse per debiti e di liberazione delle persone fatte schiave per debiti non pagati. I “debiti” che venivano rimessi ai cristiani se si attraversava la porta santa a Roma nell’anno del giubileo erano invece i peccati, mentre sul piano economico e sociale continuava la lunga battaglia della Chiesa contro l’usura, che ha da sempre condannato come “ingiusto guadagno” trarre profitto dai prestiti, permettendo solo il recupero dei costi e in questo modo contribuendo a mantenere basso il costo del debito.

E’ stato Giovanni Paolo II il primo papa che ha collegato il grande giubileo del 2000 ad un’esortazione ad alleviare specificamente i debiti dei paesi poveri, anche con interventi sullo stock di capitale. Negli anni successivi al Giubileo 2000 in effetti una quarantina di paesi poveri furono oggetto di importanti iniziative di sollievo del debito da parte di banche pubbliche internazionali e agenzie multilaterali, per un totale di circa 100 miliardi di dollari. Papa Francesco nell’indire il Giubileo del 2025, appena concluso, si premurò non solo di chiedere una nuova “cancellazione del debito” dei paesi più poveri, ma anche una riforma dell’architettura finanziaria internazionale, responsabile di mettere in grave difficoltà i paesi poveri costretti a ricorrere ai prestiti, che arrivano a spendere più per il pagamento degli interessi (il “servizio” del debito) che per il welfare della propria popolazione. Incaricò poi un comitato di 30 esperti, guidati dal premio Nobel per l’economia Joe Stiglitz e appoggiato alla Pontificia Accademia delle Scienze Sociali (di cui Stiglitz è membro) di redigere un Rapporto, presentato nel giugno 2025 e diventato noto come Jubelee Report.

Dopo aver sottolineato le ragioni cogenti di un intervento di ristrutturazione del debito dei paesi dove questo rappresenta il maggior ostacolo allo sviluppo, il rapporto si sofferma a spiegare quanti e quali strumenti esistono per ottenere i risultati di un vero sollievo dal debito e al tempo stesso di un aiuto a mettere quei paesi su un sentiero di sviluppo sostenibile. In particolare, viene richiamato l’impegno da parte dei paesi oggetto di intervento ad usare quei fondi che verrebbero liberati dal pagamento dei debiti per investimenti per lo sviluppo, con le necessarie riforme istituzionali capaci di garantire l’appropriato uso dei nuovi fondi a beneficio della popolazione. Si tratta di un rapporto che non si perde in vane esortazioni alla magnanimità e alla misericordia, ma presenta argomenti forti a favore di un sistema finanziario internazionale che offra prestiti a tassi di interesse ragionevoli per scopi produttivi, un tema che non riguarda solo i paesi poveri, ma tutti i paesi del mondo che soffrono di una finanza troppo speculativa.

Finora non si è purtroppo profilata un’accoglienza fattiva delle proposte formulate, soprattutto per un motivo specifico, che era marginale nel 2000: il 60% del debito dei paesi poveri è oggi nelle mani non di Agenzie internazionali come il FMI, la Banca mondiale e le Banche pubbliche regionali, ma di banche private, sulle quali è difficile fare leva in quanto sono legate all’obiettivo della massimizzazione dei profitti. La Chiesa dovrebbe riformulare la sua vecchia battaglia contro l’usura in una battaglia contro la finanza speculativa, che è una delle cause principali del grande aumento delle diseguaglianze a livello globale.

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