Era da un po’ di tempo che molti cattolici osservavano con preoccupazione gli sviluppi accelerati di quel paradigma tecnologico noto come Intelligenza Artificiale (IA) e si domandavano come la Dottrina Sociale della Chiesa (DSC), sviluppatasi dalla Rerum Novarum (1891) di Leone XIII in poi, potesse affrontare questa nuova sfida. L’elezione del cardinale Prevost a papa aveva fatto capire con il nome che aveva voluto assumere di Leone XIV che le preoccupazioni diffuse erano ritenute da lui più che fondate e meritavano una presa di posizione urgente da parte del magistero.
Nasce così dopo solo un anno di pontificato di Leone XIV la Magnifica Humanitas (MH, 2026), che affronta l’IA di petto, discutendone in modo profondo e al tempo stesso chiaro e comprensibile i fondamenti e gli ambiti applicativi. La ricchezza dell’enciclica travalica la possibilità di illustrarla esaurientemente in un breve articolo, occorrerà tempo e molte diverse competenze per poterla metabolizzare in modo da farla entrare nel bagaglio ispirativo delle azioni dei soggetti impegnati nei vari settori in cui l’IA può essere applicata. Essendo la mia competenza legata al mondo dell’economia, mi sono chiesta: cosa dice la MH delle possibili applicazioni dell’IA all’economia?
Dei 245 paragrafi dell’enciclica, ben 34 (dal 148 al 181) del capitolo IV sono dedicati all’economia. La tesi di fondo che vi viene sostenuta rimane quella cara alla tradizione cattolica a partire da molto prima della Rerum Novarum, ossia la dignità del lavoro (si pensi a San Benedetto da Norcia e a San Francesco), non solo per rendere le persone autonome nella gestione della loro vita, ma perché il lavoro dà a ciascuno la capacità di esprimere i propri talenti e di contribuire alla costruzione del bene comune e al progresso delle società (148). La MH denuncia che mere considerazioni di efficienza possono derubare i lavoratori della possibilità di offrire il loro contributo libero ed originale o perché diventano dipendenti dagli algoritmi o perché vengono sostituiti dall’IA agentica, ossia quella IA che non solo analizza i problemi, ma ne indica la soluzione senza l’intervento dell’esperienza e della responsabilità umana.
Il Papa chiede a tutti, e in particolare ai programmatori e ai sindacati, di “governare in anticipo questa trasformazione” fissando “criteri sociali per l’innovazione” (156) e rifiutando “i modelli economici che esaltano l’efficienza e il successo individuale” (158). Ancora, il papa ricorda che “la libertà economica non è assoluta e va sempre misurata sul bene comune e sulla dignità di ogni persona” (157). Segue una condanna forte della crescita delle diseguaglianze, che il papa riprende dall’enciclica Caritas in Veritate di Benedetto XVI, ma collega oggi soprattutto all’emergere dei tecno-miliardari. E poi indica come affrontare queste sfide. In primo luogo, ribadisce che la redistribuzione (e dunque il welfare state) è necessaria, ma non basta; la giustizia sociale “riguarda tutte le fasi dell’attività economica, dal reperimento delle risorse al finanziamento, dalla produzione al consumo, e ogni scelta ha conseguenze morali” (162).
Infine, indica i criteri di azione dell’era dell’IA. Sentiamoli dalle sue parole: “trasparenza e responsabilità…inclusione e accesso …misure di equità: fiscalità, protezioni sociali e politiche industriali …per correggere gli squilibri creati dalla concentrazione di ricchezza e potere. Questi criteri non sono un freno all’innovazione, la rendono vivibile e umana” (164). La lettura di questa enciclica è un nutrimento dell’anima e un solido vincastro per la volontà in questo mondo senza punti di riferimento.

