La fatica e la gioia di riconoscere la vera luce

Foto di congerdesign da Pixabay

Quando penso al Natale, l’immagine più potente che mi pervade è quella del silenzio perché e, in qualche modo, paradossale. Tra luci, feste e ritrovi, nessun tempo di questo periodo sembra essere silenzioso. Eppure, è nel silenzio di Betlemme, sotto un cielo che sembra vegliare più che brillare, che nasce un Dio che sceglie la povertà come sua culla e l’emarginazione come suo linguaggio. Un bambino che non entra nelle dimore degli agiati, ma nel respiro caldo di una stalla.

Lì, tra il fiato degli animali e l’odore rude del fieno, la Parola si fa carne (Gv 1,14): un fragile neonato che già racconta l’eternità. Per questo ho sempre pensato al Natale come scandalo e promessa: scandalo per chi cerca Dio nei palazzi del potere, promessa per chi Lo attende nella notte delle proprie ferite, nelle notti insonni di dolore e frustrazione. La mangiatoia in questa notte è un altare rovesciato in cui l’umiltà è l’unico paramento, e i poveri, gli emarginati e i reietti pastori, migranti della storia, non credenti sono i primi invitati.

A Betlemme, gli angeli non appaiono ai sapienti di Gerusalemme, ma a uomini “impuri”, “fuorilegge”, stanchi, che vegliano greggi. E’ come se Dio dicesse che solo chi conosce la veglia e la fatica può riconoscere la luce vera, solo chi non viene “riconosciuto” celebra davvero il Natale di Cristo. Il Natale degli ultimi non ha luci artificiali ne parole di circostanza, è il Natale delle madri sole e dei padri senza lavoro, dei malati che non guariscono e dei popoli dimenticati dalla cronaca. E’ il Natale di chi si aggrappa a un gesto di bontà come a un frammento d’infinito. In loro riposa Cristo, ed e proprio in loro che continua a nascere, nei margini del mondo. Ogni volta che un povero è accolto, ogni volta che il perdono scavalca il rancore, ogni volta che si spezza il pane con chi non ha nulla, Betlemme torna a risplendere non in un luogo ma in ogni luogo.

Il presepe che tanto amiamo comporre, non rendiamolo un museo di statuine, ma facciamolo una mappa del cuore: la grotta è la nostra miseria, il bue e l’asino i nostri limiti che scaldano Dio, Maria la speranza ostinata, Giuseppe il silenzio fedele che protegge il sogno. Perché Natale è l’inatteso che si fa vicino, è Dio che si abbassa! E gli ultimi, che il mondo non ascolta, diventano i primi a intonare il canto che non finirà mai: gloria a Dio, pace agli uomini dimenticati ma amati, agli invisibili che custodiscono il volto più vero del Natale. Il mio augurio e dunque questo: ritrovate Betlemme, ritornate a splendere!

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