La consegna dell’ultimo miglio a Gaza e il dovere della cura

Gaza (@ hosny salah da Pixabay)

È difficile, oggi, parlare di Gaza senza che le parole si perdano in un eco di retorica stanca. Eppure, non possiamo permettere che la narrazione si esaurisca. Io, da Portavoce di UNICEF Italia, sento il dovere di riportare al centro del dibattito la voce più vulnerabile, quella dei bambini, e la complessità di ogni gesto che compiamo per aiutarli. Non si tratta solo di far entrare camion e riempire magazzini; il vero obiettivo a Gaza è garantire la “consegna dell’ultimo miglio” ai bambini.

Questa è la fase finale e spesso la più difficile per portare gli aiuti alle persone bisognose. È la differenza tra avere gli aiuti a portata di mano e avere aiuti che salvano davvero delle vite. Raggiungere le famiglie nelle zone più isolate e traumatizzate, attraversare strade danneggiate e fornire cibo, acqua e beni di prima necessità è la nostra priorità assoluta. La determinazione dei nostri team è immensa: a volte, siamo arrivati a consegnare persino con taxi “tuk-tuk” direttamente alle tende di coloro che necessitano di sostegno supplementare a causa di malattie o disabilità. Questo approccio flessibile e mirato è vitale per la nostra missione sul campo, ma si scontra ogni giorno con restrizioni d’accesso e un’offensiva militare che rende gli sforzi umanitari quasi impossibili. Kit educativi e per il supporto psicologico sono bloccati da oltre un anno, proprio quando più servirebbero a lenire le ferite invisibili.

Quanto accade da mesi nella Striscia non è una guerra convenzionale; è il crollo vertiginoso di ogni principio di protezione per l’intera popolazione civile, e in particolare per l’infanzia. È la sistematica negazione di ogni diritto umano che credevamo inalienabile, garantito dalle Convenzioni delle Nazioni Unite: il diritto alla vita, all’acqua, alla scuola, alla cura. Vediamo ospedali pediatrici ridotti in macerie, scuole trasformate in rifugi e poi in obiettivi militari, madri che affrontano il parto in condizioni disumane, e bambini che muoiono per disidratazione, fame, o ferite che non hanno mai ricevuto una cura. Una spirale di violenza la cui portata è inimmaginabile per chi non l’ha vissuta. Oltre 64.000 bambini uccisi o feriti, più di 58.000 hanno perso almeno un genitore. Un milione di bambini ha sopportato l’orrore quotidiano di sopravvivere nel luogo più pericoloso al mondo, riportando ferite profonde di paura, perdita e dolore. E mentre intere città vengono rase al suolo e sistemi fondamentali distrutti, la sofferenza non si limita alla violenza diretta, ma si estende a una serie di deprivazioni che colpiscono in primis i bambini e le loro madri, spesso in silenzio, fuori da ogni statistica ufficiale.

In questo quadro desolante, un segnale di speranza emerge grazie all’impegno di persone come Rebecca Fedetto, una mia cara amica, che si batte senza sosta per far arrivare in Italia i bambini di Gaza feriti o gravemente malati, affinché possano ricevere cure specialistiche essenziali. L’operato di Rebecca è la prova tangibile che la solidarietà umana può superare anche gli ostacoli più imponenti, offrendo una seconda possibilità a chi ha già perso troppo. E qui entra in gioco la responsabilità di Paesi come la Spagna e l’Italia. È un dovere morale e umanitario che queste nazioni, con le loro risorse e capacità sanitarie avanzate, si attivino per accogliere questi bambini nei loro ospedali. I dati più recenti confermano questo impegno: l’Italia ha accolto nel nostro Paese ben 196 piccoli pazienti di Gaza, insieme ai loro familiari, per un totale di oltre 650 persone. L’Italia ha assicurato priorità all’accoglienza di bambini palestinesi malati, tutti affetti da gravi patologie congenite o da importanti ferite e amputazioni, coinvolgendo più di venti strutture sanitarie su tutto il territorio nazionale. Ciò rende il nostro Paese il primo occidentale – più degli altri Stati europei messi assieme – ad aver organizzato il trasferimento in ospedali specializzati di pazienti dalla Striscia. Complessivamente, sono circa 1.200 i palestinesi finora accolti nel nostro Paese, non solo per questioni sanitarie. Offrire loro un luogo sicuro per guarire non è solo un gesto di generosità; è una responsabilità collettiva verso vittime innocenti di un conflitto che non hanno scelto. È un investimento nella dignità di queste giovani vite, un segnale inequivocabile che il mondo non li ha abbandonati.

L’intensificazione degli aiuti umanitari dell’UNICEF è in corso. Stiamo correndo contro il tempo per salvare i bambini da minacce prevenibili come malnutrizione e malattie, ampliando i trattamenti nutrizionali, fornendo acqua potabile e riparo. Abbiamo iniziato a sostenere i partner locali per riparare e ricostruire i servizi essenziali. L’importanza di ripristinare l’istruzione non può essere sottovalutata: dopo due anni persi, le famiglie sanno che il ritorno a scuola è fondamentale per l’apprendimento, la guarigione e la speranza. Abbiamo riportato più di 100.000 bambini all’apprendimento e puntiamo a raggiungere tutti i 650.000 in età scolare, allestendo aule e riparando scuole.

Il mondo non può permettere che questo cessate il fuoco fallisca. La strada verso la ripresa sarà lunga, ma un futuro inclusivo che dia priorità ai diritti del milione di bambini di Gaza è possibile con la pace, l’azione e la volontà collettiva. Dobbiamo far sì che nascano “nuovi umani”, che guardino Gaza non come un campo di battaglia, ma come un luogo dove più di un milione di bambini cercano di sopravvivere. Non serve essere esperti di geopolitica per difendere un bambino. Serve solo scegliere da che parte stare. Ogni volta che si deciderà di non restare in silenzio, sarà un passo verso la speranza.

Andrea Iacomini è il Portavoce di UNICEF Italia

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