Italia, tre nodi strutturali da sciogliere per tornare a crescere

Immagine creata con ChatGtp

L’Italia si sta difendendo con coraggio a fronte della geopolitica impazzita in cui viviamo, che ci sforna incertezza, rischi e guerre a cui non eravamo più abituati, e questo grazie ai milioni di imprenditori e di lavoratori che si impegnano ogni giorno a risolvere problemi sempre nuovi. Ma ha dei nodi strutturali che le impediscono di fare meglio. I principali di questi nodi sono tre:

Imprese troppo piccole sono in difficoltà ad introdurre nuove tecnologie, le quali richiedono expertise e finanziamenti troppo elevati, e a pagare salari adeguati, con conseguente impoverimento della popolazione e mancato allargamento del mercato interno. Un’implicazione troppo poco attenzionata di questa struttura imprenditoriale italiana sbilanciata sul troppo piccolo è che perdiamo i nostri giovani più qualificati, perché questi non vengono richiesti dalle nostre imprese e, per vedere riconosciuta la loro ottima preparazione, sono costretti a recarsi all’estero per cercare un lavoro adeguato.

Specializzazioni in settori manifatturieri fortemente artigianali impediscono di introdurre quelle economie di scala che aumentano la produttività. La qualità del prodotto italiano è certamente più alta (il Made in Italy), ma i prezzi non possono essere aumentati più di tanto, per mantenere quei mercati esteri che sono cruciali per il nostro Paese. Nei servizi, l’incidenza significativa del turismo e dei servizi alberghieri ci permettono sì importanti entrate estere, ma anche in questo caso non tali da poter pagare salari alti e offrire lavori più qualificati.

Una demografia che vede i tassi di natalità abbassarsi sempre di più e i tassi di invecchiamento salire provoca squilibri gravi nel welfare state, che sono sotto gli occhi di tutti. Non c’è chi non sia convinto che occorrerebbe allocare più risorse alla sanità, all’educazione e alla ricerca, ma dove prendere queste risorse con una tassazione che è già ai livelli più alti fra i paesi avanzati e un debito pubblico che non può proprio crescere ulteriormente?

Su questi nodi strutturali si è anche abbattuta la crisi energetica, che vede un Paese come l’Italia, tradizionalmente privo di materie prime, penalizzato da costi crescenti dell’energia a fronte di una domanda sempre più energivora.

Purtroppo i governi che si sono succeduti negli ultimi dieci anni hanno dovuto fronteggiare tante emergenze e non hanno trovato lo spirito per andare oltre interventi di breve periodo, bonus, sussidi e detassazioni, che tamponano le situazioni più critiche, ma non danno un futuro migliore al Paese. Occorrerebbe il coraggio di riunire esperti, imprenditori, sindacati e terzo settore per costruire dei piani strategici sulle varie questioni di fondo che ci attanagliano e poi varare investimenti mirati, in collaborazione con l’Europa.

Per fare un esempio di questi piani strategici, citerò quello della città di Rimini, nato una quindicina di anni fa, che ha riunito istituzioni, stakeholder e cittadini per progettare le opere strutturali del territorio. Queste opere hanno trasformato Rimini in una città sicura (la messa in sicurezza dei fiumi ha impedito le alluvioni che hanno invece devastato altre aree romagnole), bella, con un lungomare completamente rinnovato e un sistema di depurazione delle acque funzionante, comoda, con la creazione di numerosi parcheggi, solidale, con programmi di coesione sociale, e culturalmente vivace, con la riapertura del teatro, la riqualificazione dell’area antistante il castello e una nutrita serie di eventi culturali, anche in connessione con l’università.

Un approccio analogo si potrebbe applicare a livello nazionale, soltanto che la politica si rendesse conto che deve chiedere aiuto ai suoi tanti imprenditori e cittadini pronti a collaborare al di là di steccati ideologici per aiutare il Paese a superare i suoi limiti strutturali.

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