L’Italia e le sfide globali: come evitare la crisi

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Export. Foto di CHUTTERSNAP su Unsplash

Il mondo corre, e lo fa con una velocità feroce. Gli equilibri saltano, le rotte si spostano, le superpotenze stringono patti tra loro per difendere interessi che non ci comprendono, anzi: ci escludono. Stati Uniti, Cina e Russia non sono più i pilastri di un ordine condiviso, ma competitori senza scrupoli pronti a spartirsi le risorse globali, a chiudere mercati, a creare alleanze fluide e strumentali. In questo scenario, l’Italia rischia di essere la prima vittima: un Paese dipendente da tutto e da tutti, privo di materie prime, tecnologie proprietarie, filiere strategiche.

Eppure, in questa tempesta che si avvicina, buona parte della nostra classe politica e dei corpi intermedi sembra vivere in un eterno revival anni Settanta. Parlano di lavoro e diritti come se il mondo non fosse cambiato, evocano lo Stato come unico salvatore, rivendicano senza costruire, esigono senza domandarsi chi paghi il conto. Si invoca la reindustrializzazione come se bastasse una parola magica per rimettere in moto le fabbriche. Ma la realtà è un’altra.

Prendiamo la transizione ecologica, ad esempio. In Italia si racconta come un’opportunità di crescita, ma si dimentica che è costruita su materie prime strategiche che non possediamo: litio, cobalto, terre rare. La favola della sostenibilità si regge su forniture straniere che, alla prima crisi geopolitica, potrebbero svanire nel nulla. Altro che sovranità energetica: dipendiamo da decisioni altrui e da rotte che non controlliamo.

Stessa fragilità nella logistica. Si riempiono i porti di progetti e promesse, ma se i grandi operatori internazionali decidono di cambiare direzione, nessuno resterà ad aspettarci. Interporti vuoti, container immobili, posti di lavoro bruciati. E la tecnologia? L’Italia è ottima nell’assemblaggio, mediocre nell’ideazione. I brevetti sono stranieri, i software pure, le piattaforme ci arrivano già fatte. Se i detentori delle tecnologie decidessero di toglierci l’accesso, restiamo nudi.

Intanto, sulla finanza globale si apre un’altra frattura. Se i grandi blocchi geopolitici creano circuiti monetari alternativi al dollaro e all’euro, il nostro debito pubblico — già colossale — può diventare un cappio. I tassi salgono, il credito si inaridisce, gli investimenti scappano. A pagare sarà sempre lo stesso: il lavoro, che si vedrà scaricato delle responsabilità senza averne mai ricevuto i frutti.

E allora c’è da chiedersi: quanto possiamo ancora permetterci di vivere nell’illusione? L’illusione che lo Stato sia un bancomat infinito. Che basti rivendicare per ottenere. Che evocare l’“Europa matrigna” basti a scrollarci di dosso le nostre inadeguatezze. Senza un’Europa capace di pensarsi potenza, di costruire catene del valore interne e proteggere le proprie economie, l’Italia resterà un satellite stanco, sempre più irrilevante.

Non servono più i discorsi vuoti. Servono visione, responsabilità, capacità di stare nel mondo com’è, non in quello che vorremmo. Perché le comparse nel teatro globale durano poco. E se non vogliamo sparire tra le quinte, è tempo di riscrivere il copione.

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