Immigrazione: uscire dall’emergenza per una vera accoglienza

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La crisi politica e sociale in Tunisia, il difficile e complesso isolamento dei migranti positivi al virus e lo scontro politico sulle navi delle Ong che hanno rilanciato la loro iniziativa nel Mediterraneo. Sul fronte dell’immigrazione l’Italia e l’Europa stanno vivendo un’estate rovente come non si vedeva dalla sigla del controverso accordo siglato dall’ex ministro dell’interno Minniti nel 2017, sul contrasto al traffico di esseri umani. Il tutto è complicato dalla pandemia di Covid-19 che ha richiesto l’allestimento di diverse “navi quarantena” per la sorveglianza sanitaria dei migranti in arrivo.

Quello che continua a rimanere sempre uguale è la gestione emergenziale del fenomeno. L’attuale flusso di migranti dalla Tunisia (il 41% degli sbarcati nel 2020 proviene da questo Paese del Nord Africa) ha di nuovo messo in crisi la piccola isola di Lampedusa e il suo hotspot, programmato per ospitare 150 persone mentre ad oggi ne accoglie oltre 1500, in spregio a tutte le norme di accoglienza e sicurezza sanitaria. Lo smistamento dei richiedenti asilo sui territori italiani ha riacceso le tensione e intanto l’accordo di Malta sulla ridistribuzione dei migranti tra Paesi dell’Unione Europea è rimasta lettera morta.

In questo quadro di ripresa delle partenze sono arrivate puntuali anche nuove tragedie legate ai viaggi della disperazione. L’ultima domenica scorsa nelle acque antistanti la città calabrese di Crotone, dove a seguito dell’esplosione del motore di un barcone sono morte tre persone, due uomini e una donna presumibilmente di nazionalità africana. Tra le acque del Mediterraneo continuano dunque a perdere la vita troppe persone mentre sulla gestione dei flussi si gioca un braccio di ferro tutto geopolitico tra i paesi di partenza e quelli di approdo e tra gli ultrà della retorica della sicurezza e quelli dell’accoglienza. Fanno riflettere infatti le parole Pia Klemp, il capitano donna della nave finanziata dall’artista Banksy, che ha affermato: “Non considero il salvataggio in mare come un’azione umanitaria, ma come parte di una lotta antifascista”.

Insomma i migranti non sono soggetti dotanti di una dignità intrinseca in quanto esseri umani. Alla base di molti interventi non c’è una concezione della cura integrale della persona con i suoi diritti (il primo dei quali a poter costruirsi una vita degna nella sua terra natale) e i suoi doveri, ma una visione ideologica che usa i migranti come pendine di uno scontro politico. Nel frattempo si continuano a fare accordi con finanziamenti di milioni di euro con i Paesi nord africani per il pattugliamento delle coste e i rimpatri dei migranti giudicati clandestini. Milioni di euro che, se fossero investiti per creare vero sviluppo nelle terre di provenienza con la cooperazione internazionale, potrebbero offrire un’opportunità a tanti giovani che improvvisano viaggi della speranza. Questa gestione è fallimentare e dolorosa per i tanti in cerca un futuro migliore e che non trovano prospettive di integrazione e anche per le popolazioni di molti territori italiani che subiscono sacche di emarginazione e illegalità.

In una recente intervista Paolo Naso, coordinatore di Mediterranean Hope, programma delle Chiese evangeliche attivo a Lampedusa, ha spiegato che non può funzionare la strategia del “si salvi chi può” e che solo aprendo canali regolari, per un numero di ingressi sostenibile, con politiche di occupazione e integrazione si potrà gestire il fenomeno migratorio. E in questa direzione vanno i corridoi umanitari attivati con successo da Sant’Egidio per i profughi siriani ed eritrei. Volgere lo sguardo sui modelli virtuosi sarà il primo passo per uscire dalla logica dell’emergenza.

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