Il Papa che porta il nome di suoi grandi predecessori, ma anche di un viaggiatore sempre in bilico tra la casa dell’Islam e la casa dei cristiani come Leone l’Africano, ha concluso il suo primo viaggio in un grande paese europeo in quel che è l’estremo lembo dell’Europa e dell’Africa al tempo stesso. Lo ha concluso gettando in mare una corona di fiori: a dare il segno estremo della pace e della compassione a quanti, tra le onde dell’Oceano, hanno perso la vita nella speranza di una vita migliore. Bergoglio aveva fatto lo stesso, a Lampedusa, all’inizio del suo pontificato; Prevost replica oggi e – c’è da scommetterci – replicherà ancora proprio a Lampedusa, dove è atteso per il 4 luglio.
Il 4 luglio qualcuno lo avrebbe voluto altrove: sempre sull’Oceano, ma decisamente dall’altra parte. Negli Stati Uniti, per l’esattezza, che festeggiano i 250 anni di indipendenza dal colonialismo imperiale britannico. Prototipo di ogni lotta terzomondista, scaturigine del risveglio dei popoli contro lo sfruttamento del Vecchio Mondo.
Leone ha declinato graziosamente l’invito, anche perché solo ai meno perspicaci sarebbe sfuggito il tentativo di un grande della Terra di averlo comprimario alla Grande Festa di Sé Stesso: 4 Luglio, i Mondiali di Calcio, il Suo Compleanno con il Papa che si scomoda per rendergli omaggio. Chissà se nelle foto ufficiali Trump avrebbe tenuto le spalle a Prevost, come Napoleone con Pio VII nei quadri di David.
Ridurre questo pellegrinaggio apostolico ad un nuovo capitolo dello scontro a distanza tra Papa ed Empereur, comunque, sarebbe riduttivo e non solo per l’evidente caducità di un potere che tra due anni non sarà più tale. Che si tratti di due nature anche eticamente diverse, va da sé. Che un Papa abbia come unico riferimento un presidente statunitense è quantomeno riduttivo: c’è qualcosa di più alto e più profondo nella Contea. Che, infine, certi interventi del Pontefice siano leggibili come critiche indirette ad un potere del tutto autoreferente è inevitabile. Ma Trump non è l’unico che corrisponde all’identikit.
Non a caso Prevost ha iniziato il suo viaggio in terra spagnola benedicendone il desiderio di unità e il percorso all’interno del progetto europeo. Poi si è trasferito da Madrid a Barcellona, dove ha benedetto quello che di fatto è l’ultimo mattone di un’opera devozionale che resterà nei secoli, e non solo nei libri di storia dell’arte. Ma qui, come anche già alle Cortes dove ha difeso la vita umana dal concepimento al suo ultimo istante, il suo discorso si è fatto più esigente. Dopo aver riconosciuto ai migranti la dignità che loro spetta, ha pronunciato una dura requisitoria rivolta a quel mondo ricco che nega non solo l’ingresso, ma anche un trattamento umano a chi si affaccia. Ma, attenzione, sarebbe troppo poco pensare che nelle intenzioni del Pontefice vi fosse unicamente quella di operare una doverosa lavata al capo fluorescente di Trump. Nossignori: il Papa si rivolgeva anche a noi europei, gli stessi che si sono legittimamente crogiolati nei complimenti della prima parte del viaggio spagnolo. Non si può essere cristiani ed operare per la guerra, non si può essere cristiani che si riempiono la bocca della difesa della vita e poi lasciar affogare le persone. Europa, non fai abbastanza.
Ai trafficanti di esseri umani Leone riserba lo stesso avvertimento che fu dato da Wojtyla ai mafiosi, nella Valle dei Templi di Agrigento: quel tremendo “Convertitevi perché arriverà il giudizio”. A noialtri l’uomo che porta il nome anche di Leone l’Africano (sarà una coincidenza, ma certe volte le coincidenze calzano quasi a pennello) chiede di essere noi stessi, quindi di essere diversi. Chiede un sussulto delle coscienze, che poi è la premessa di ogni vero progetto umano e politico. Un sussulto senza il quale persino le opere concepite con la più profonda devozione perdono il loro significato. La torre più alta della Sagrada Familia, se la si svuota di significato, rischia di diventare una Torre di Babele. Europa, sei avvertita.

