Il valore del sacrificio

ULTIMO AGGIORNAMENTO 0:10

Tutto e subito. La società odierna si basa su questa regola, figlia dell’edonismo degli Anni 80, quando il senso del sacrificio con cui il mondo si era ricostruito dopo le ferite della Guerra mondiale era stato ormai dimenticato. A quel concetto oggi accostiamo anche il relativismo; dunque non più solo ricerca del piacere, ma del “mio” piacere. E percorrendo la strada più breve.

Viene applicato a tutto: occupazione, vita privata, rapporti sociali. Non si chiede più, si pretende. Qualcuno obietterà: per troppo tempo lo sfruttamento è stata la base dei rapporti di forza tra chi offre lavoro e chi lo cerca. Vero, ma attualmente stuoli di giovani entrano in un posto di lavoro come se tutto fosse dovuto; non hanno esperienza, né curriculum da mostrare. Soprattutto non hanno voglia di imparare, men che meno di aspettare. Ma reclamano posizioni.

Eppure è dal sacrificio costante, dall’impegno, dalla fatica che arrivano le cose migliori. Esempi di questo tipo non ce ne sono più: la televisione spesso esalta l’assenza di preparazione, la politica non ne parliamo.

Per fortuna esiste ancora lo sport, dove la meritocrazia è connaturata al dna stesso della pratica, e dove l’allenamento, le rinunce, le sofferenze sono l’unico carburante per arrivare alla fine della corsa. E’ importante dunque oggi riflettere su quei volti puliti, gioiosi, vincenti che arrivano dopo ore di sudore, di fatica. Tutto e subito non funziona, in questo campo. Federica Pellegrini, che per la settima volta arriva sul podio, ne è un esempio: bella, ricca, famosa e vincente. Ma quanto lavoro c’è dietro… O Tania Cagnotto, che ha centrato l’oro al suo ultimo mondiale dopo anni di successi, ma anche di secondi posti. E ancora Valentina Vezzali, di cui nessuno parla se non il giorno che “regolarmente” trionfa in pedana. Andando un po’ indietro nel tempo vale la pena ricordare i denti digrignati di Mennea, i muscoli degli Abbagnale, e gli ori “sconosciuti” di Niccolo Campriani nel Tiro, di Carlo Molfetta nel Taekwondo, di Daniele Molmenti e la sua canoa.

Sport cosiddetti poveri, non costantemente sotto i riflettori. Un insegnamento in più per i nostri giovani. Per arrivare alle prime pagine dei giornali, c’è bisogno di fare qualcosa di eccezionale; troppo facile diventare protagonisti per luce riflessa, perché i riflettori sono accesi su un campo di erba verde dove esisti per il solo fatto di calpestarlo. La vita, quella vera, non è così. Assomiglia più a una gara in piscina: sei solo, non corri contro qualcuno, ma per te stesso. E non servono chiacchiere o pose da diva, ma cuore e cervello. Due cose che la globalizzazione ci sta togliendo senza che quasi ce ne accorgiamo.

Se vuoi commentare l'articolo manda una mail a questo indirizzo: [email protected]
Avviso: le pubblicità che appaiono in pagina sono gestite automaticamente da Google. Pur avendo messo tutti i filtri necessari, potrebbe capitare di trovare qualche banner che desta perplessità. Nel caso, anche se non dipende dalla nostra volontà, ce ne scusiamo con i lettori.