Il significato più autentico delle “24 ore per il Signore”

Un giorno, in Quaresima, segnato da una intensità particolare. Un giorno per intensificare il cammino e ritrovare il filo della speranza. Mi pare questo il significato più autentico delle “24 ore per il Signore”, proposte alla Chiesa anche in quest’anno giubilare – è la XII edizione -, nei giorni 28 e 29 marzo, sul tema: “Sei Tu la mia speranza” (sal 71,5).

La motivazione che ha spinto il Papa ad offrirci questa opportunità è particolarmente importante, e anche urgente: Francesco ci invita a fare esperienza grata della misericordia di Dio, perché “il nome di Dio è misericordia”, e non si può vivere senza essere misericordiati.

Domenica ascolteremo un testo caro a tutti gli amici di Gesù: la pagina di Luca che narra il ritorno a casa di un ragazzo e l’abbraccio benedicente di suo padre. Parabola che dice di noi, perché siamo tutti dei ricomincianti, e vivere è “ritornare al punto di partenza e riscoprirlo con occhi nuovi” (Eliot); ma, soprattutto, parabola che dice di Dio, Colui che sempre ci precede: “quando era ancora lontano, suo padre lo vide, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò” (Lc 15, 20).

E allora mi piace pensare (lo so, è un pensiero senza fondamento esegetico, ma mi piace coltivarlo lo stesso!) che entrambi abbiano pregato il versetto del salmo: il ragazzo (che avrà detto così: “accoglimi tra i tuoi servi, perché non merito altro, e ho fame… Ma io spero in Te, Padre! Forse, per pura grazia, mi accoglierai da figlio, perché il Tuo amore è più grande del mio cuore”), e il padre (“ho sempre sperato in te, figlio mio, e continuo a sperare in te! Tu sei la mia speranza, perché sei molto più di quello che hai fatto, e so che sarai capace di vivere da figlio…”). E, forse, il testo di Luca (parabola della vita di ciascuno!) è proprio l’incontro di due speranze: la fragile ma vera speranza del figlio, che trova il coraggio di rientrare in se e di mettersi in cammino, e la indefettibile speranza del padre, che esce e gli corre incontro…

L’incontro, anche, di due cammini…Di Dio e dell’uomo, del Dio che precede e dell’uomo che ritorna. Perché “l’uomo non è cerchio, egli è l’andante, il sempre aperto, è essenzialmente homo viator” (Petrosino).

L’incontro delle speranze e dei cammini segna la vita di ciascuno di noi, sempre. E “le 24 ore per il Signore”, regalateci dal Papa con il Giubileo della Misericordia nel 2016, vogliono essere l’occasione per vivere questo incontro nel segno sacramentale della Riconciliazione: è questo lo scopo specifico dell’evento.

Ci vuole coraggio per andarci a confessare, lo so per esperienza! E ci vuole cura, per non ridurre la Confessione a una frettolosa “lista della spesa” del tutto inutile. Ricominciare, infatti, ci chiede di non sottrarci ad un paziente e spesso doloroso lavoro di rielaborazione e guarigione, ci chiede di non rimuovere le ombre che ci abitano e di non dimenticare troppo facilmente ferite e fallimenti. La luce stessa splende solo se colpisce un corpo opaco, e occorre il buio per vedere le stelle! Del passato nulla va rimosso, tutto va rielaborato. Perchè solo da questa rielaborazione può nascere una visione di speranza: che è ciò che spesso ci manca, ma che è indispensabile per costruire ogni giorno di nuovo un futuro possibile!

“Padre, Tu sei la mia speranza”. E allora la confessio laudis precede il riconoscimento dei peccati, e confessarci diventa possibile. Cito spesso (l’ho fatto anche di recente per In terris) la parola di Bobin che mi è cara: “si direbbe che ciò che lo tormenta è nulla rispetto a ciò che egli spera”. E allora mi piace pensare che confessarci – magari proprio in queste 24 ore – sia un consegnare il proprio tormento nelle mani del Dio che, in Cristo, è diventato la nostra speranza. Perchè ricominciare, per noi come per il ragazzo della parabola, è sempre possibile.

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