Molto spesso anche noi chiediamo a Dio l’eredità, come il figlio più giovane del Vangelo di Luca di questa domenica: vogliamo prenderci i doni che Lui ci ha dato ed usarli per noi, sperperare quello che avremmo potuto far fruttare per il bene e la felicità nostra e degli altri. Lo vogliamo invece sprecare, schiavi del nostro egoismo.
Se avviene questo, è facile ritrovarsi come il figlio dissoluto: nel bisogno, costretto a “pascolare i porci”, cioè ci troviamo in una condizione di vera povertà, non tanto economica, quanto di miseria umana. Si vive infatti in una profonda solitudine e amarezza per aver sperperato i “doni di Dio”. Potremmo anche ritrovarci ricchi di soldi e di case, persone importanti o famose, ma quando per questa “ricchezza” abbiamo dovuto dare come contropartita l’amore a cui il Signore ci chiamava, alla fine ci troviamo nel bisogno. Bisogno di amore, vero.
“Questo giovane poi si cibava di carrube ma non si sfamava; noi prendiamo le carrube nel senso degli insegnamenti mondani, altisonanti, ma che dànno scarso nutrimento, degni di pascere i porci ma non gli uomini, cioè tali da rallegrare i demoni ma non giustificare i fedeli” (Sant’Agostino, dal Discorso 112/A).
In questa condizione di solitudine profonda possiamo ricevere una grazia, ritrovare il Signore, un Padre che non ci giudica, che è sempre pronto ad accoglierci. Il titolo con cui si chiama più correttamente questa parabola, infatti, non è “del figliol prodigo”, ma “Del Padre misericordioso”. Perché il protagonista è il Padre, come nella nostra vita è Dio il protagonista: anche se lo rifiutiamo Lui ci attende, si preoccupa per noi.
L’altro figlio, quello “bravo”, il figlio in cui questa domenica alcuni di noi si ritroveranno, che sembra subisca un’ingiustizia, ha un grande limite: anche se sta nella casa di suo padre, in realtà non lo conosce davvero. Lo teme e quindi obbedisce, ci sta per compiere un dovere. Ma non conosce quanto lo ami suo padre e così non capisce che stare nella sua casa, fare la volontà di Dio, è il dono più grande.
Dio è quel padre che forse avremmo sempre voluto avere: un padre che ci lascia liberi di sbagliare, anche di percorrere strade pericolose che non portano a nulla. Ma che è sempre pronto ad accoglierci. A perdonarci. A fare festa quando ritornando in noi stessi lo riconosciamo finalmente come nostro Padre.

