“Nell’ambito delle sue relazioni e azioni a livello internazionale, la Santa Sede assume costantemente una posizione in difesa della dignità inalienabile di ogni persona – ha detto al corpo diplomatico Leone XIV -. Non si può dunque tralasciare, ad esempio, che ogni migrante è una persona e che, in quanto tale possiede dei diritti inalienabili, che vanno rispettati in ogni contesto. Non tutti i migranti, poi, si spostano per scelta, ma molti sono costretti a fuggire a causa di violenze, persecuzioni, conflitti e persino per l’effetto dei cambiamenti climatici, come in diverse parti dell’Africa e dell’Asia”. Entro la prospettiva di istituzioni internazionali più efficaci va collocato l’impegno conseguente di riforma dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, raccomandato dallo stesso papa Leone, congiunto, a suo dire, in vista di una maggiore cogenza, al riferimento dei fondamenti etici e giuridici della vita delle Nazioni, in modo che non costituisca un’autorità cooptata solo da alcuni Paesi, inclini ad imposizioni culturali ed economiche.
Lo sviluppo della comunità internazionale dovrebbe avvenire secondo la linea della promozione della sovranità del diritto e non del prepotere di pochi. La comunità internazionale deve essere animata da un fecondo e sempre più ampio multilateralismo, come anche popolata da tante aggregazioni e organizzazioni della società civile, sinergicamente convergenti verso il bene comune, in modo da rendere concreta la partecipazione delle molteplici società civili su un piano di sussidiarietà.
Non deve sfuggire, poi, che tra i beni destinati a tutti papa Leone pone le nuove forme di proprietà: brevetti, algoritmi, piattaforme digitali, infrastrutture tecnologiche, dati. Sono frutto delle potenzialità inscritte nell’intelligenza umana da Dio. Sono suo dono. Essi sono beni appartenenti all’umanità. E come beni dell’umanità sono destinati a tutti gli uomini, a tutti i popoli. «In un contesto – annota Leone XIV – in cui la ricchezza delle nazioni dipende sempre più da conoscenze e tecnologie, quando questi beni restano concentrati nelle mani di pochi, senza adeguate forme di condivisione e di accesso, si crea un nuovo squilibrio che contraddice la destinazione universale dei beni e alimenta il divario tra inclusi ed esclusi, tra chi può partecipare alla rivoluzione digitale e chi ne rimane ai margini. Inoltre, la cura della Casa comune e la responsabilità verso i poveri e verso le generazioni future chiedono che l’uso dei beni del creato e delle nuove possibilità offerte dalla tecnica sia regolato in modo tale da rispettare l’ambiente, evitare sprechi e nuove forme di saccheggio».
E’ senza dubbio una novità l’inclusione, tra i principi della Dottrina sociale della Chiesa, della giustizia sociale, che porta con sé una connaturale connessione con il bene comune, il bene di tutti, inclusivo dei più poveri. Il discorso dell’opzione preferenziale dei poveri, su cui ha insistito san Giovanni Paolo II nella “Sollicitudo rei socialis”, declinandola quale forma speciale di primato dell’esercizio della Carità cristiana sul piano internazionale, viene ripreso da papa Leone e ancor più innestato, quale forma animatrice ed ispiratrice, nella giustizia sociale avente dimensioni universali.
Egli, in sostanza, afferma chiaramente che la giustizia sociale non è solo virtù civile e sociale, da viversi e concretizzarsi nelle società e nella politica ma è, prima ancora, in radice, sul piano della redenzione, una pratica di vita teologico-morale, una forma concreta di sequela di Cristo e di fedeltà al suo Vangelo. Afferma Robert Francis Prevost: “Lo scopo del multilateralismo è offrire un luogo perché le persone possano incontrarsi e parlare, sul modello dell’antico foro romano o della piazza medievale”. Tuttavia, per dialogare “occorre intendersi sulle parole e sui concetti che esse rappresentano. Riscoprire il significato delle parole è forse una delle prime sfide del nostro tempo. Quando le parole perdono la loro aderenza alla realtà e la realtà stessa diventa opinabile e in ultima istanza incomunicabile, si diventa come quei due, di cui parla Sant’Agostino, che sono costretti a rimanere insieme senza che nessuno di loro conosca la lingua dell’altro”, avverte Leone XIV.

