Il pasticcio trasversale della politica italiana

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Tra due giorni il Consiglio europeo dovrà finalmente decidere quale sarà la reazione dell’Unione alle gravi conseguenze economiche che derivano dalla pandemia, e che rischiano di mettere a rischio diversi Paesi oberati dal debito pubblico e/o da una crescita che, da scarsa che era, sprofonderà nel segno meno. Ai capi di Stato e di governo pochi giorni fa il Parlamento europeo ha dato un importante segnale approvando a larghissima maggioranza, una risoluzione decisiva. L’unico organo europeo eletto direttamente dai cittadini propone, con quel documento, il ricorso al MES (nella parte senza condizioni riguardante le spese sanitarie sostenute per  la pandemia dai singoli Stati) e l’istituzione di un “Fondo per la ripresa” con l’emissione di titoli di debito garantiti dal Bilancio UE; mentre esclude – considerandolo un obiettivo politicamente irrealizzabile  – gli eurobond, o coronabond, che avrebbero significato la mutualizzazione comune dei debiti pregressi dei singoli stati. Un compromesso onorevole tra le richieste del “Fronte Sud” e le rigidità dei tedeschi e dei loro alleati, a cominciare dagli olandesi.

Tanto è stato importante che il Parlamento abbia dato un simile impulso al governi, tanto è stata invece sconcertante la performance dei gruppi parlamentari italiani, sia di maggioranza che di opposizione che si sono divisi tra loro e all’interno delle loro stesse alleanze: chi a favore dei recovery bond (PD, IV e Forza Italia), chi contro (Lega, Fratelli d’Italia e M5S, in parte astenuto in parte contrario). Chi a favore degli eurobond (PD, M5S, Fratelli d’Italia) chi contro (Lega e Forza Italia). Come si vede, un pasticcio trasversale. Da cui viene fuori una volontà politica confusa, che non solo non riesce a comporre quella solidarietà nazionale – non necessariamente una formula, quanto un atteggiamento – di fronte alla gravissima emergenza; ma che non è in grado di mantenere quanto meno una coerenza di coalizione tra chi appoggia il governo a Roma e chi gli si oppone criticando sia Palazzo Chigi che Palais Berlaymont per la loro inadeguatezza.

E’ del tutto evidente che ora il presidente del Consiglio Conte si presenterà indebolito alla durissima trattativa con gli altri Paesi, soprattutto con la Germania e gli Olandesi, avendo alle spalle un parlamento frammentato come poche altre volte, diviso da polemiche astiose e accuse reciproche. Inoltre, Conte risulterà privo dell’appoggio del maggior partito di maggioranza, il M5S, alla linea che ha sempre perseguito, quella cioè di sostenere i recovery bond proposti dalla Francia come possibile compromesso con chi non è disposto a concedere gli eurobond.

Già la partita con gli altri Paesi era difficile, già doveva barcamenarsi sul ricorso al MES osteggiato dai grillini e accettato dai democratici e renziani, e adesso per il presidente del Consiglio il gioco è ancora più complicato perché si vede tagliata la strada anche sul Fondo per la ripresa.

C’è da sperare nella sua abilità diplomatica, c’è da confidare nella linearità del presidente Macron e magari anche nell’aiuto discreto del Quirinale. Ma di sicuro l’altro giorno a Bruxelles la politica italiana è mancata al suo compito, chiamata ad una prova di responsabilità straordinaria cui doveva corrispondere un simile comportamento di serietà e di coerenza, la stessa che evocava Alcide Degasperi in quella famosa frase del 1947 sulla sua certezza nella rinascita dell’Italia dopo la guerra,  a condizione – diceva il Presidente della Ricostruzione – “che lo si voglia: o tutti o nessuno, con disciplina, solidarietà, onestà”. Bisognerebbe tornare alle radici della Repubblica, qualche volta, per imparare da chi si trovò a governare un’Italia in macerie e alla fame e la seppe rialzare.

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