Il Papa affida a Maria un’umanità in cerca di senso

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Il pontificato di Francesco cammina su due gambe: una pastorale-caritativa e l’altra geopolitica. E proprio la geopolitica della misericordia di Jorge Mario Bergoglio e del suo Segretario di Stato, Pietro Parolin applica allo scacchiere internazionale la lettera del Vangelo: la pietra scartata dai costruttori diventa testata d’angolo. Le periferie geografiche ed esistenziali sono il centro della missione ecclesiale. Lo dimostra il doppio Angelus dedicato alla Madonna il 15 e il 16 agosto. Francesco implora la Vergine Maria di intercedere con la sua preghiera. “Perché “cresca in ogni battezzato la gioia della fede e il desiderio di comunicarla con la testimonianza di una vita coerente”, ha sottolineato il Pontefice.

Già all’indomani del Sinodo dei vescovi sulla Nuova Evangelizzazione, nell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium, Jorge Mario Bergoglio ha affidato il cammino della Chiesa alla materna e premurosa intercessione di Maria. Perché ogni volta che guardiamo a Maria, torniamo a credere nella forza rivoluzionaria della tenerezza e dell’affetto. In lei vediamo che l’umiltà e la tenerezza non sono virtù dei deboli ma dei forti, che non hanno
bisogno di maltrattare gli altri per sentirsi importanti.

Perciò questa dinamica di giustizia e di tenerezza, di contemplazione e di cammino verso gli altri, è ciò che fa di Maria un modello ecclesiale per l’evangelizzazione. La devozione a Maria come linea guida per la Chiesa di ogni epoca. Un mese dopo, la notte di Natale del 2014, Francesco ha ribadito il concetto durante la celebrazione nella basilica di San Pietro. “La vita va affrontata con bontà, con mansuetudine. Quanto bisogno di tenerezza ha oggi il mondo, la risposta del cristiano non può essere diversa da quella che Dio dà alla piccolezza umana”. Con la stessa intensità il 29 marzo 2015, nell’omelia della domenica delle Palme, il Papa ha lanciato un accorato appello ai giovani. “Lasciatevi riempire dalla tenerezza del Padre, per diffonderla intorno a voi“.

La povertà non è miseria. È uno dei cardinali più vicini a Francesco (per sensibilità e visione ecclesiologica) ad illustrarne la svolta pastorale. Due decenni di ministero episcopale in due arcidiocesi dell’Italia centrale, preceduti da un lungo servizio nella Curia romana. Il cardinale Edoardo Menichelli, arcivescovo emerito di Ancona-Osimo, ha presieduto uno dei circoli minori al Sinodo dei vescovi sulla famiglia. I pastori sono chiamati a stare nella storia e aiutare le persone a santificare la quotidianità.La miseria è indegnità, la povertà è uno stile di vita. La verità è come l’acqua, la strada la trova. Non sono gli uomini che cambiano l’umanità, ma Dio. La Chiesa deve crescere nella dimensione della collegialità, nell’ assunzione comune e responsabile del bene di tutti. Senza mai dimenticare appunto la differenza tra povertà e miseria.

“Nei Vangeli si dice ‘beati i poveri‘, non ‘beati i miseri'”, spiega il cardinale Menichelli. “Per rivolgersi alle coscienze servono sensibilità e disponibilità al dialogo. La Chiesa è per il mondo e per l’umanità e l’umanità ha tante facce. Gesù ci ha donato la verità e la misericordia. Il nostro impegno come Chiesa è mettere insieme verità e misericordia perché laddove non ci riusciamo rischiamo di dividere la persona di Cristo. Ogni Chiesa locale ha la sua storia e ogni storia è significativa per la bellezza di quella universale”. L’imperativo è “non abbandonare mai nessuno”. Il Papa, secondo Menichelli, indica la necessità di una Chiesa traboccante di compassione d’amore, che sappia distinguere il peccato dal peccatore. Il nostro patrimonio è la maternità spirituale nei confronti dell’umanità nella convinzione che la bellezza della Chiesa non è negli addobbi ma nell’amore per Cristo e nell’impegno di liberare tutti dalla “inequità” di cui Francesco parla nella Evangelii Gaudium. Occorre suscitare l’impazienza della carità.

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