La ricerca del dilago in un mondo che si arma. Di fronte alla rinnovata minaccia nucleare emersa negli attuali scenari internazionali, la diplomazia della Santa Sede continua a operare con determinazione sul fronte del disarmo. A ribadirlo all’Osservatorio for Independent Thinking è stato il Segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin ha chiarito il ruolo della diplomazia nel promuovere la riduzione degli armamenti. Il porporato ha ricordato che la Santa Sede ha sempre operato in favore del disarmo universale, con l’obiettivo di ridurre gli armamenti. “Le armi, una volta che ci sono, vengono utilizzate per fare le guerre”, ha evidenziato il porporato”. E “in questa prospettiva papa Francesco si è battuto con forza anche contro la vendita delle armi. Il cardinale ha inoltre evidenziato l’impegno della Santa Sede nel promuovere una convenzione internazionale sulla moralità non solo dell’uso, ma anche del possesso delle armi”.

“Il possesso delle armi inevitabilmente porta all’utilizzo”, ha affermato, definendo questa posizione una scelta radicale ma di estrema attualità. Una consapevolezza rafforzata, ha aggiunto Parolin, da quanto emerso nel conflitto tra Russia e Ucraina, dove è tornata esplicitamente la minaccia della guerra nucleare. “Stiamo lavorando in questa direzione – ha spiegato – anche se non incontriamo molto consenso da parte dei Paesi che detengono arsenali atomici”. Nonostante le difficoltà, il Segretario di Stato ha ribadito che la Santa Sede continuerà a insistere su questo percorso, ritenendo il tema del disarmo nucleare uno dei piu’ delicati e urgenti dell’agenda internazionale. Nell’Aula Paolo VI ogni mercoledì Robert Francis Prevost incentra l’udienza generale su un documento conciliare, poi sale in ufficio e del Concilio Vaticano II applica il metodo: leggere evangelicamente i segni dei tempi e partire da ciò che unisce piuttosto che da ciò che divide. Per contribuire a una “pace disarmata e disarmante”, quindi, il Papa figlio spirituale di Sant’Agostino coglie spiragli di dialogo spendendosi sullo scacchiere nei negoziati e mettendo a disposizione la Santa Sede come piattaforma “no war” per trattative affinché “i nemici si incontrino e si guardino negli occhi”.

Vale per le guerre dimenticate nel Sud del mondo come per la complessa interlocuzione con il connazionale Donald Trump che lo ha invitato a far parte del suo “board of peace”. Il cardinale Pietro Parolin ha approcciato diplomaticamente l’iniziativa della Casa Bianca: “Stiamo valutando cosa fare, servirà tempo per una risposta”. In precedenza tre influenti porporati Usa (Blaise Cupich di Chicago, Robert McElroy di Washington, Joseph William Tobin di Newark) avevano apertamente criticato la politica estera americana dopo il blitz militare in Venezuela e le minacce alla Groenlandia. Una denuncia netta: “Il ruolo morale degli Stati Uniti nell’affrontare il male nel mondo e nel costruire una pace giusta è ridotto a categorie partigiane che incoraggiano la polarizzazione e le politiche distruttive“. Una pace “giusta, sostenibile, duratura” richiede il rispetto della libertà e della dignità umana. Agli ambasciatori Leone XIV aveva segnalato lo stesso pericolo-autocrazia.

La legge del più forte torna a dominare il mondo a scapito di decenni di multilateralismo. I diritti vanno rispettati ovunque come viene ribadito dal Papa citando il De Civitate Dei. Un messaggio proprio per quei leader che hanno deciso di bypassare il diritto
internazionale, a partire da Putin e Trump: “A una diplomazia che promuove il dialogo e ricerca il consenso di tutti, si va sostituendo una diplomazia della forza, dei singoli o di gruppi di alleati”. Così dunque è stato infranto il principio, stabilito dopo la Seconda Guerra Mondiale, che proibiva ai Paesi di usare la forza per violare i confini altrui. La pace non è più dono e bene desiderabile in sé ma si degrada a obiettivo da conseguire con le armi e condizione per l’affermazione del proprio dominio. Ma ciò, avverte il Papa, compromette gravemente lo stato di diritto, che è alla base di ogni pacifica convivenza civile. La misericordia è dunque il punto focale dell’azione diplomatica di Leone come lo fu con Francesco: un criterio cardine della concezione geopolitica che porta a ispirare a questa regola suprema della vita cristiana anche il linguaggio dei rapporti internazionali.

La misericordia non cancella le esigenze della giustizia bensì le presuppone e le compie e, qualora una giustizia piena non sia possibile a causa di iniquità già compiute si apre alla richiesta di perdono. Attualmente sono 184 gli Stati che intrattengono relazioni diplomatiche con la Santa Sede. La Chiesa non ha eserciti ma è “esperta in umanità” e già un papa di nome Leone ha fermato Attila. La “moral suasion” vaticana risulta efficace nelle parole e nei gesti non quando difende le sue posizioni ma quando è libera e ancorata alla vera ricchezza che le viene da Dio. Dalla costituzione dogmatica Dei Verbum Leone XIV trae perciò lo stile nel rivolgersi agli uomini e alle donne del terzo millennio globalizzato in un atteggiamento di umiltà e di apertura alla missione e al mondo secondo una continua revisione. Per costruire la pace serve “uno sforzo continuo e paziente di costruzione e una continua vigilanza”. Tale sforzo interpella tutti, “a cominciare dai Paesi che detengono arsenali nucleari”. In particolare pensa all’importante seguito da dare al Trattato New Start, in scadenza il prossimo mese di febbraio. Il rischio è nella corsa a produrre nuove armi sempre più sofisticate, anche mediante il ricorso all’intelligenza artificiale. Le verità del Vangelo non vanno nascoste per ragioni politiche o ideologiche, specialmente quando difendono la dignità dei più deboli, dei rifugiati e dei migranti. Altrimenti dalla forza del diritto si precipita nel diritto della forza.

