Il diavolo dell’arroganza

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L'arroganza è il serpente dell’Eden: lusinga, inganna, porta alla catastrofe. Il Giano Bifronte dell’arroganza ha una doppia faccia: da un lato induce viscidamente a sentirsi invincibili, dall’altro provoca una progressiva incapacità di pesare esattamente le nostre possibilità. Chiede il Vangelo: “quale re esce in battaglia contro un esercito più numeroso, quando sa di non poter contare sulle stesse forze?”. Lo fa solo il sovrano accecato dal veleno dell’arroganza, inoculato quasi sempre da consiglieri in malafede o interessati. È accaduto nei millenni in tanti palazzi civili e religiosi, dei quali non è rimasta traccia. Ci sono varie forme di arroganza, ma un' unica distorta mentalità all’origine dei comportamenti che diabolicamente avvelenano la vita pubblica e privata.

Nell’Antico Testamento, l’onesto Giuseppe viene perseguitato e condannato a morte dai fratelli invidiosi perché il padre ama in lui l’autentica mitezza e l’assenza di arroganza. Qui sta il punto. Da Adamo, Caino, Golia, Erode, fino ai moderni emblemi di strafottente e apparente “successo”, i piani umani, troppo umani, naufragano proprio per la mancanza di una realistica e pragmatica docilità. Quanto servirebbe un briciolo di buon senso! Nella mia missione ho sperimentato quanto l’aggressività scaturisca in genere da un malcelato senso di inadeguatezza. Chi aggredisce è affetto da un logorante complesso di inferiorità. Sentirsi e dirsi superiori agli altri è una pietosa maschera. Non c’è animale più pericoloso di quello con le spalle al muro. Non trovare una via di fuga accentua l’aggressività, mentre chi è sicuro della propria “buona causa” è docile allo Spirito e in pace con il prossimo. I Padri della Chiesa, due millenni fa, si concentravano nel deserto su ciò che veramente conta, facendo spazio all’essenziale, svuotandosi del rumore illusorio del “mondo”.

L’umiltà è la più efficace arma contro la prepotenza di coloro che pretendono, come dice Papa Francesco, di spadroneggiare sugli altri. Più si sgretolano i buoni insegnamenti del passato, più dilaga il virus di una cieca ignoranza che confonde la forza con la supponenza. A contatto con i ragazzi, mi accorgo ogni giorno della drammatica crisi educativa che corrode la nostra società. A una radicale, evangelica domanda di senso da parte della gioventù, corrisponde un diluvio di parole vuote, autoreferenziali e mendaci da parte degli adulti. Ho sentito con le mie orecchie, sul sagrato di una parrocchia, bestemmiare il nome di Dio in ragione di una sterile, controproducente, disperata rivendicazione di autonomia, alienazione, isolamento dalle agenzie educative ( famiglia, scuola, comunità religiosa). L’altra faccia di questa aberrante negazione della fede è il sempre più
frequente ricorso alla calunnia, all’ammorbante diffusione di fake news che invariabilmente colpisce chiunque cerchi di alzarsi in volo sulla mediocre cattiveria del conformismo massificante.

Quando la libertà è scambiata per arbitrio, quando lo sberleffo dell’autorità diventa destabilizzazione della civile convivenza, l’uomo mite e saggio fa come i Padri del deserto: valuta la situazione e separa ciò che è giusto da ciò che non lo è. La misericordia è la vera forza. L’ostentazione di una fallace mitezza si tramuta in provocazione laddove rivela un malinteso senso di superiorità intellettuale, morale e addirittura antropologica. E qui cade l’asino! Perché poi, spesso, il passo successivo è atteggiarsi all’opinione pubblica come vittime, agnelli sacrificali sull’altare della difesa dalla barbarie. Noi sappiamo che l’antidoto all’arroganza non è l’ingannevole probità, bensì una mite, lungimirante e paziente sapienza, concetto oggi bollato come debolezza. La vox populi orientale tramandava nelle generazioni un adagio: appena entri in una stanza c’è un modo per decretare chi merita di sedere a capotavola. E’ quello che parla di meno. Al contrario oggi viviamo un revival delle epoche più fosche. Per secoli due nobili che si incrociavano lungo lo stesso tratto di strada, avevano un solo modo per stabilire chi dovesse cedere il passo: snocciolare il lignaggio familiare. Andava avanti per primo chi aveva nel proprio casato le personalità più illustri. In certi colloqui si è tornati a questa prassi barocca e cioè il primo obiettivo è capire, come in una grottesca partita di poker, quali assi nella manica abbia l’interlocutore del momento. E cosi è tutto un alludere, un ammiccare, un inviare subliminalmente metaforici “pizzini” nell’illusione di trasmettere la percezione di detenere il potere. Questo almeno è ciò che l’arrogante vorrebbe far credere.

In realtà chi è veramente forte non grida, non insulta, non minaccia. Gli uomini di Stato in tutto il mondo, e noi ne abbiamo l’esempio sul colle più alto di Roma, sanno che il servizio al bene comune ha bisogno di idee elevate, al di sopra della mischia e del clima intorbidito dalle convenienze contingenti. Il diavolo dell’arroganza può essere astuto ma non sarà mai intelligente. Se non si ravvede, l’arrogante è sempre destinato alla sconfitta. Ma Dio non vuole la sua disgrazia, ma che si converta e cambi rotta.

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