Il Colle dell’ipocrisia

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Se c’è una cosa che dà particolarmente fastidio all’elettorato italiano – tanto da averlo indotto a disertare sempre più le urne – è la vacuità delle parole che i nostri rappresentanti parlamentari utilizzano quando vengono chiamati in causa sui temi che riguardano i cambiamenti del Paese. La prossima elezione per il Quirinale ne è un esempio: ci si affretta a definire il discorso sul Colle“non in agenda”, si continua a spiegare che “se ne parlerà quando il Presidente deciderà di andarsene, e per ora non lo ha fatto”. Balle, e la gente lo sa bene.

Le grandi manovre sono iniziate da tempo, da quando nel Patto del Nazareno il tema è stato affrontato. L’equivoco delle parole prosegue ancora oggi, tra chi dice (Berlusconi) che sul tappeto c’era anche la discussione sulla massima carica dello Stato e chi invece (Serracchiani) afferma che non esiste nessun accordo. Posizioni apparentemente in contrasto eppure assolutamente compatibili: in una nazione con maggioranze liquide, con i partiti ormai scomparsi e le formazioni politiche devastate dalle faide interne a sinistra come a destra, pensare di blindare un accordo a distanza di mesi è quantomeno ingenuo. Ecco perché il fatto che non ci sia stato alcun accordo, come sostiene il Pd, non cozza con quanto dice il leader di Forza Italia, che parla di confronto.

E infatti, ormai a semestre europeo concluso, si intensificano gli incontri. Altro che “se ne parlerà quando deciderà di andarsene”; ne discutono eccome, ed è anche giusto così. Solo resta incomprensibile perché il “politicamente corretto” diventi sinonimo di comunicazione fumosa. Ma questo è un vizio tutto italiano.

Intanto galoppa il totonomine sui media nazionali. Evitando di parlare dei curricula, tutti degni, esistono altri motivi per proporre dei nomi: Pinotti (perché è una donna), Rodotà (perché gradito ai 5 Stelle), Draghi (per aver peso in Europa). E poi rispunta il nome di Prodi, già sponsorizzato (almeno ufficialmente) da Renzi prima della rielezione di Napolitano, dopo la bocciatura di Marini e Finocchiaro, ma che forse proprio per questo si fermò a 395 voti, ben 101 in meno rispetto ai 496 grandi elettori del centrosinistra, che al mattino si erano schierati all’unanimità per la sua candidatura a presidente della Repubblica. In questo poker il premier ha due nomi, il primo e l’ultimo, da giocare. A meno che qualcuno non tiri fuori un asso dalla manica.

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