14 settembre, la svolta del “lavoro umano”

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Il lavoro come strumento di liberazione dell’uomo. Correva l’anno 1981, il mondo era ancora spaccato in due dal muro di Berlino e la guerra fredda sembrava eterna. Il 14 settembre Giovanni Paolo II consegna a “tutti gli uomini di buona volontà” una lettera sul “lavoro umano” nel 90° anniversario della storica enciclica “Rerum Novarum” del suo predecessore Leone XIII. Si intitola “Laborem exerces” ed è un capolavoro di dottrina e pensiero che segnerà per sempre la vocazione sociale della Chiesa. Il documento pontificio coincideva con un’epoca tragica. In quel mondo impazzito, ingovernabile, e sempre più violento, Giovanni Paolo II rimase spesso solo, o, peggio, venne lasciato solo. Solo a sostenere le richieste di pace e di giustizia di interi popoli, a difendere la sacralità della vita, a opporre un rifiuto totale all’uso delle armi. E lo fece non da “politico”, come alcuni critici si ostinano ancora oggi a dire, ma da testimone del Vangelo. Per lui la proclamazione della verità di Dio non poteva in nessun modo essere disgiunta dal riconoscimento della dignità dell’uomo, di ogni uomo, e dei suoi diritti fondamentali. E, solo a partire da qui, sarebbe stato possibile costruire un nuovo ordine mondiale. Era il Wojtyla profetico, il Wojtyla del “Non abbiate paura!“, e che esplodeva nella sua ira contro la crudeltà degli uomini. Come quella volta in Canada, quando accusò i Paesi ricchi di strangolare i Paesi poveri. O quella volta in Africa, in quello che è oggi il Burkina Faso, quando si trovò dinanzi alle devastazioni provocate dalla siccità. E con l’aiuto di alcuni vescovi africani, si mise a scrivere quel drammatico appello in favore del sud del mondo. O ancora, quando in Sicilia, ad Agrigento, nella Valle dei Templi, se ne uscì con quella tremenda invettiva contro i mafiosi. La mattina, il vescovo del luogo gli aveva raccontato come la mafia avesse massacrato una famiglia, per ultima la madre, per farla soffrire di più. Era il Wojtyla che, con la sua stessa vita, testimoniò la radicalità evangelica. Così come seppe testimoniare la speranza cristiana. Quella speranza che non viene meno neppure di fronte alle situazioni più catastrofiche. Neppure di fronte al pessimismo di quanti non credono che il futuro possa essere diverso. Visitando il Centro America, nel 1983, papa Wojtyla andò anche ad Haiti, dove dominava la potente famiglia dei Duvalier. Celebrò la Messa di fronte a una folla immensa, e, nell’omelia, si riferì più volte al Congresso eucaristico locale, svoltosi da poco, e che aveva per slogan una frase a effetto: “Bisogna che qualcosa qui cambi“. Ebbene, nelle ultime file, forse fraintendendo quelle parole, alcuni cominciarono ad applaudire ogni volta che il Papa ripeteva lo slogan del Congresso. Il contagio, prima lento, poco visibile, si fece in breve rapidissimo. Conquistando sempre nuove zone della piazza, e impiegando ora anche il suono dei tamburi di alcune bande musicali. Giovanni Paolo II, dopo un primo momento di esitazione, fissò lo sguardo verso i punti da dove veniva quell’applauso sempre più insistente. E, in breve, capì tutto. Capì che lo slogan, che era solo ecclesiale, aveva assunto per quella folla un valore politico. Gli haitiani, approfittando della presenza del Papa, e della libertà che quel giorno era stata loro concessa, stavano inscenando una manifestazione di protesta verso un regime tirannico, repressivo. Lo Spirito era al lavoro.Wojtyla, rievoca Gianfranco Svidercoschi, amico e collaboratore del Papa santo, capì, e così, ogni volta che nel leggere l’omelia si imbatteva in quello slogan, o lo ripeteva oppure con il tono della voce calcava quelle parole: “Bisogna che qualcosa qui cambi“. E, a quel punto, gli applausi non finirono più, accompagnarono fino in fondo l’omelia pontificia. E i tamburi, sottolineando i momenti più solenni della Messa, fecero il resto. Alla fine, l’intera piazza era in tumulto. Una vera e propria protesta popolare. Nata dal nulla, quasi per caso, ma estremamente indicativa del profondo malcontento della gente. Giovanni Paolo II ha saputo cogliere profeticamente, e proclamarlo ad alta voce, il bisogno di cambiamento profondo che quel popolo aveva dentro. E fu sempre da allora, da quel viaggio ad Haiti, che si cominciò a prestare più attenzione all’insistenza di Giovanni Paolo II nel ripetere, specialmente negli incontri di popolo, quelle frasi piene dense di speranza. “Il mondo può cambiare!”, “Sì, noi possiamo cambiare il corso degli eventi!”. Non era un ottimismo a buon mercato, ma la capacità di Wojtyla di leggere la storia da un altro punto di vista, da un altro “osservatorio”, ossia in termini teologici, morali, e non ideologici, non politici. Proprio nel momento in cui il mondo stava esplodendo sotto il peso di tante tragiche contraddizioni, fu soltanto lui, Wojtyla, a testimoniare la speranza di come fosse possibile gettare le basi per un futuro diverso. Fu soltanto lui, Wojtyla, a ricordare come il cammino dell’umanità – pur con tutti i dirottamenti provocati dalla violenza e dall’ingiustizia – manifestasse un movimento inarrestabile verso l’unità, verso la pace. I fatti del 1989, malgrado la successiva involuzione, non furono proprio questo? Non dimostrarono ch’era possibile costruire un mondo più giusto, più pacifico, più libero? E così, adesso, senza più i paraocchi e i pregiudizi dei primi anni sul “Papa polacco”. Senza più le imposizioni di una certa cultura, impastata di laicismo e di neo-illuminismo. Senza più la costrizione dell’urgenza mediatica di giudicare tutto e subito, conservatore o progressista, pro o contro il Concilio, anticomunista viscerale o avversario del capitalismo e degli Usa. Il “lavoro” dello Spirito per liberare e pacificare l’umanità.Insomma, senza più il sovraccarico di tutto quell’armamentario simil-ideologico, si potrà finalmente scoprire l’esemplarità evangelica – che era già segno di santità – dell’intera esistenza di Karol Wojtyla. Non solo per essere stato testimone autentico e credibile della presenza di Dio nella storia umana, non solo per la sua audacia apostolica, ma anche per la straordinaria tenacia con cui seppe tenere sempre spalancata la porta della speranza.  Qui, c’è forse l’eredità più preziosa che Giovanni Paolo II potesse lasciare alle donne e agli uomini del XXI secolo. L’ultimo dei Duvalier, Jean-Claude, ma per tutti Baby Doc, era agitatissimo, preoccupatissimo. Si precipitò dal Papa, e gli chiese di moderare i toni del discorso di congedo, in modo che la gente si calmasse. Ma la risposta non fu quella che lui avrebbe voluto sentire. La storia stava cambiano per il “lavoro” dello Spirito.Karol Wojtyla gli disse che, in tutta coscienza, non poteva farlo. “Perché qui – aggiunse subito – qualcosa deve realmente cambiare. Qui la gente soffre. Non si può continuare così”. Testimone di speranza, dunque. Passarono due tre anni, prima che cadesse la dittatura dei Duvalier. E poi, altri anni ancora, drammatici, segnati da una infinità di cambiamenti, di nuovi dispotismi, di golpe e contro-golpe, e la stessa Chiesa locale in confusione, i vescovi divisi, e un prete ribelle, Aristide, diventato capo di Stato e poi cacciato. Ma, a riflettere più a fondo su questa storia caotica, drammatica, non si potrà non convenire che, il primo passo di quel lungo cammino per ritornare alla libertà, Haiti (e il mondo) poté compierlo grazie a papa Wojtyla. Il Papa del “lavoro umano” e dello Spirito che cambia la storia.

 

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